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Vivere di smart working, morire di smart working

di Alessandro Capezzuoli, funzionario ISTAT e responsabile osservatorio dati professioni e competenze Aidr

Per oltre dieci anni, sono stato un accanito sostenitore dello smart working. Mi sono speso in ogni modo, tra convegni e discussioni interminabili con colleghi e dirigenti, per cercare di convincere i più ostinati a cambiare idea, a mettere in discussione la subcultura, le logiche paludose, i modelli lavorativi superati e quell’opinione distorta che confondeva il diritto di lavorare in smart working col privilegio di concedere una modalità lavorativa considerata di serie B. Quando ormai mi ero rassegnato, e avevo quasi deposto le armi, il Coronavirus ha rimesso tutto in discussione. C’è stato un momento, più o meno nel mese di aprile, in cui qualsiasi strategia sembrava possibile e attuabile; sarebbe bastato (forse) un provvedimento legislativo energico, per dare il colpo definitivo all’intero sistema e cambiare irreversibilmente la società.

Poi cosa è successo? È successo che non eravamo preparati, non lo siamo tuttora, e che la paura del contagio si è ridotta e ha fatto scemare la voglia di cambiare. In molti casi ha addirittura rafforzato l’idea di tornare in fretta al vecchio modello, con la convinzione che un’ora di lavoro in ufficio valga come una settimana di smart working: pericolosa follia. Purtroppo, o per fortuna, un qualche cambiamento è stato attuato, seppur in maniera distorta, frettolosa e approssimativa, e bisogna cominciare a tirare le somme, per capire meglio cosa fare nel futuro immediato. Se l’incapacità della classe dirigente, rispetto alla comprensione del mondo e all’attuazione di politiche adeguate, è sempre stata abbastanza evidente, l’incapacità dei lavoratori è stata per certi versi una sorpresa. Parlare di incapacità dei lavoratori è un po’ un azzardo perché il pensiero comune, ormai piegato dai servizi sensazionalisti dei telegiornali, si rivolge subito alla scena dei furbetti del cartellino, che, in un periodo storico in cui si lavora da remoto, rappresenta uno dei luoghi comuni più idioti che si possa immaginare. Poiché la realtà ha mostrato ben altro, ovvero che la produttività ha beneficiato enormemente dello smart working, per cui sarebbe impensabile per un datore di lavoro tornare a una logica lavorativa che ricordi il pollaio o gli allevamenti intensivi, ci tengo a precisare che il contenuto di questo articolo è rivolto a un altro tipo di incapacità, lontanissima dal concetto di la produttività.

La verità è che alle amministrazioni pubbliche e alle aziende lo smart working conviene: in molti stanno attuando politiche di contenimento dei costi, eliminando le sedi dislocate ovunque, le spese per le postazioni, le spese per il mantenimento di spazi improduttivi e i buoni pasto… in poche parole, l’emergenza ha dimostrato che per lavorare si può fare a meno del superfluo. Con buona pace di chi, grazie a una gestione poco trasparente del superfluo, è riuscito a comprare la casa al mare e il corredo ai figli. Dove sta il problema, allora? Il problema sta in una frase sibillina, che si è utilizzata ipocritamente per anni più o meno in tutti gli ambienti e più o meno con la stessa malevolenza con cui si utilizza la parola merito, per giustificare le carriere di chi ha come unico merito l’appartenenza a un sistema corrotto e clientelare. La frase incriminata è “Conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”, una specie di formula magica che viene inserita in qualsiasi comunicato riferito allo smart working. Più ascolto pronunciare questa frase e più mi convinco che la lingua italiana viene usata in modo spericolato, senza soffermarsi sul significato profondo delle parole. In primo luogo, considerare la vita e il lavoro due ambiti separati è sempre stato un errore madornale: il lavoro fa parte della vita e il lavoratore si ostina a voler restare umano, pensate un po’ che pretese, anche sul luogo di lavoro, portando con sé le debolezze, le meschinità e tutto ciò che Terenzio aveva sintetizzato nella frase Homo sum, humani nihil a me alienum puto (Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me). I tempi di vita comprendono tutto, anche il lavoro: non c’è nessun motivo per cui un lavoratore dovrebbe indossare altri panni e diventare, che so, improvvisamente altruista quando nella realtà è egoista. Se carogna era, e ce ne sono, carogna resta. Ovunque. Come spesso accade nella repubblica burocratica in cui viviamo, questa frase è stata coniata molti anni fa con uno scopo tanto nobile quanto lontano dalla filosofia dello smart working: aiutare le donne lavoratrici a gestire meglio la proprio vita. Nobile perché si poneva come una forma di aiuto a una fascia di lavoratori in difficoltà, lontano perché lo smart working non è una forma di aiuto ma una filosofia di vita. Infatti, come accade sempre quando c’sta chi t’aiuta, ma una volta sola… pe puté di’: “T’aggio aiutato”, come sosteneva Eduardo De Filippo, la formula magica si è subito trasformata in una palude attraverso cui confondere le acque e compiere nefandezze e favoritismi di ogni genere.

Le graduatorie manipolate, gli scambi di favori, le connivenze sindacali e le classifiche delle disgrazie a cui abbiamo assistito in questi anni mettono fortemente in dubbio il nobile proposito. Tra l’altro, abbiamo vissuto in una situazione paradossale nella quale, in una stessa organizzazione, c’era chi poteva conciliare i tempi, lavorando e facendo la spesa, e chi, pur avendo le stesse necessità, doveva rispettare gli orari di lavoro e veniva punito se per caso fosse stato sorpreso a fare la spesa. Un ossimoro deprimente. In ogni caso, il nobile proposito iniziale si è trasformato, la società è cambiata e gli uomini ormai hanno la stessa necessità di “conciliare” delle donne. Conciliare i tempi di vita e di lavoro sarebbe una bellissima dichiarazione di civiltà, se solo fosse chiaro a tutti cosa siano il tempo di vita e il lavoro. Ogni volta che mi trovo a parlare del tempo di vita, mi torna alla mente una riflessione di Pepe Mujica, forse l’analisi più lucida che sia mai stata fatta sulla società contemporanea, che mi piace riportare anche in questo articolo : “La mia idea di vita è la sobrietà, concetto ben diverso dall’austerità che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere”.

Uno dei problemi che affliggeva gli uomini e le donne pre Covid era essenzialmente la mancanza di tempo e quindi di libertà. I ritmi erano esageratamente frenetici: troppe cose da fare e poco tempo a disposizione. Il problema che affligge gli uomini e le donne post Covid è, paradossalmente, il troppo tempo a disposizione: in pochi sanno usarlo e in molti casi lo impiegano per adempiere a obblighi che non c’entrano nulla con la libertà. La gestione del tempo, però, è alla base della rivoluzione culturale introdotta dallo smart working: riappropriarsene e spenderlo per vivere, questo significa essere smart. Nella cultura occidentale il lavoro è concepito come una specie di sofferenza e il lavoratore non deve soltanto lavorare, deve anche soffrire. Più soffre e più dà l’impressione di lavorare. Più che misurare gli obiettivi, si misura la sofferenza, imponendo una soglia minima attraverso regolamenti, delibere, prigioni, punizioni e controlli di ogni tipo. In Italia, si soffre meglio che in altri paesi, perché si commettono anche profonde ingiustizie, favoritismi, elargizioni clientelari, premiazioni dei demeriti e creazione di finte carriere dirigenziali sotto forma di concorsi pubblicati in certi bandi talmente trasparenti da non far trasparire il codice fiscale dei vincitori designati a tavolino. In un sistema di questo tipo, convincere e convincersi che gli orari di lavoro in molti casi sono una farsa e che si può lavorare meglio educando la società alla ricerca della bellezza, utilizzando il tempo per vedere una mostra o leggere un libro, è pura utopia. Eppure, un informatico può trovare la soluzione a un problema lavorativo anche leggendo Philip K. Dick. Lo stesso discorso non può essere fatto per un addetto agli sportelli postali, ma tant’è… anche l’applicazione dello smart working ha dei limiti.

Purtroppo, dopo anni di comportamenti plasmati dalle istruzioni per l’uso sul raggiungimento della felicità attraverso il consumo, le persone non sono più in grado di spendere il tempo guadagnato, mentre sono diventate abilissime a spendere i soldi guadagnati col tempo speso male. Purtroppo, mi trovo sempre più spesso ad ascoltare le storie di chi ha conosciuto delle nuove infelicità a causa della scarsa capacità di vivere in un mondo scandito da ritmi diversi da quelli frenetici a cui era abituato. Storie di chi preferisce lavorare in ufficio perché almeno mezza giornata la passa fuori da casa o di chi sente il peso di una discriminazione di genere figlia della cultura di un Paese che non è mai cresciuto realmente. Ma quella formula magica, “conciliare i tempi di vita e di lavoro”, non prometteva di rendere la vita più sostenibile? Cosa è andato storto? Perché lo smart working, per alcune persone, si è trasformato in una trappola mortale? Ci sono almeno tre aspetti da prendere in considerazione: la cultura italiana, il ruolo della donna e dell’uomo all’interno di un nucleo familiare e la società in cui siamo stati abituati a vivere, senza peraltro essere stati interpellati. Recentemente, è stata pubblicata una ricerca condotta dall’IPSOS, che mette in evidenza un aspetto molto discutibile del livello di (in)civiltà che abbiamo raggiunto rispetto ad altri paesi.

Il rapporto evidenzia che, purtroppo, gli italiani (e le italiane), a dispetto di qualsiasi discorso sulla parità, tendono a conservare le aberrazioni di un sistema sessista, proprio come cantava quaranta anni fa Rino Gaetano elencando una lista di cose intollerabili già da allora, come ad esempio la sposa in bianco e il maschio forte. Cosa è accaduto, quindi, a seguito dell’attuazione disorganizzata e scomposta dello smart working, abbinata alla paura, al divieto dei contatti sociali e all’obbligo di restare chiusi in casa? È accaduto un fatto allarmante, a cui è necessario porre immediatamente rimedio: le persone hanno trasformato la loro casa (e il loro smart working) in una prigione, in un regime carcerario che continua a resistere anche dopo la restituzione della libertà e, cosa ancor più grave, del tempo. Da una parte è stata annientata la voglia di vivere, di osare, di esporsi anche ai piccoli pericoli quotidiani, dall’altra parte sono stati sovvertiti tutti i principi fondanti dello smart working: la donna si è trovata a essere lavoratrice a tempo pieno, casalinga a tempo pieno, mamma a tempo pieno e moglie a tempo pieno. L’uomo (spesso) no: ha continuato la vita di sempre, passando dal pc alle serie televisive, contribuendo poco alla gestione familiare e contribuendo molto a sovraccaricare la compagna di impegni e oneri di ogni genere. Senza generalizzare, ovviamente, perché ci sono anche numerosi casi virtuosi. Fatto sta che questa nuova prigionia è stata accettata perché in un Paese educato alla disparità non c’è alternativa. O non si vede. A conti fatti, ascoltando le esperienze degli altri, tutto sommato non si tratta nemmeno di una prigionia insostenibile. È come se le donne si fossero rassegnate a ricoprire in silenzio tutti i ruoli che gli vengono da sempre attribuiti e lo smart working abbia amplificato questo aspetto, creando un nuovo equilibrio squilibrato.

Ingenuamente, credevo che sarebbe bastato riappropriarsi del proprio tempo per condurre una vita più lenta e sostenibile, ma evidentemente mi sbagliavo. Paradossalmente, il tempo a disposizione per le cose che piacciono e motivano si è ridotto ulteriormente, perché quelle ore guadagnate vengono spese male non solo a causa della disorganizzazione familiare e della disparità di genere, ma anche per l’incapacità di riempire i vuoti, perché l’ufficio “vecchia maniera” e il lavoro rappresentano ancora il filo conduttore della vita di una grossa fetta di popolazione e l’unico canale per avere dei rapporti sociali. In tutto ciò, anche quegli uomini che confondono la compagna con la mamma e hanno bisogno di essere accuditi non vivono una vita migliore: per molti di loro la casa si è trasformata ugualmente in una prigione, ma con un regime carcerario meno oneroso. Insomma, parecchi lavoratori, complici le misure repressive degli ultimi mesi, hanno ridotto la vita a un insieme di doveri a cui adempiere e a una serie di attività noiose, sedentarie e asociali. C’è da dire che se la formula magica fosse stata “conciliare i tempi di lavoro, i panni da lavare, il pranzo da preparare, i figli da gestire, il partner giuggiolone da accudire, le serie tv, il divano e la spesa”, forse sarebbe stata meno accattivante ma sicuramente meno ipocrita e più realista. In poche parole, lo smart working è diventato un modo per conciliare i tempi di lavoro e i tempi di lavoro, eliminando i tempi di vita a eccezione di quegli attimi di ozio passati in casa. Questo aspetto è inquietante e deve essere preso molto sul serio perché ha fatto regredire considerevolmente la qualità della vita e del senso civico. Sostengo da sempre che lo smart working non sia per tutti, non perché molte attività lavorative non si possano svolgere in modalità smart, ma perché le persone non sono preparate a essere smart. Non sono state educate a esserlo. Per “conciliare i tempi di vita e di lavoro” non basta spostare la postazione a casa, bisogna in primo luogo aver costruito una vita oltre al lavoro. Bisogna avere la consapevolezza che vivere e lavorare sono un tutt’uno e che le riunioni più produttive spesso si fanno davanti a una birra, mentre si discute di musica, di cucina e di trasformazione digitale. I compiti di chi deve gestire questa trasformazione sono delicatissimi, servono una visione e una capacità  organizzativa fuori dagli schemi, ma soprattutto serve una einsteiniana intelligenza emotiva. Ora si sente parlare di “diritto alla disconnessione”, un altro slogan idiota che dimostra l’incapacità di comprendere cosa stia accadendo realmente. I lavoratori restano connessi non per una sorta di amore sconfinato nei confronti di ciò che fanno, ma perché non hanno alternative. Ancora una volta, il diritto alla vita viene ipocritamente confuso con qualcos’altro. Di smart working si può vivere, ma si può anche morire. Questo, francamente, non è tollerabile.

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