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CONTRASTO ALL’EVASIONE, DEBITO PUBBLICO, DIGITALIZZAZIONE E RISPARMIO: PARLA MAURO NICASTRI

di Stefano Bini 

Mauro Nicastri, dell’Agenzia per l’Italia Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è anche presidente e fondatore dell’Associazione Italian Digital Revolution, di cui fanno parte professionisti provenienti da diversi settori come avvocati, medici, commercialisti, giornalisti, docenti universitari, uniti dalla consapevolezza delle opportunità che il digitale può aprire oggi. Nel variegato iter professionale, l’esperienza più significativa è stata quella che gli ha consentito di svolgere un ruolo di primo piano nel promuovere il percorso associativo dei Comuni calabresi e campani che, grazie al suo lavoro, hanno potuto partecipare da protagonisti alla realizzazione del piano nazionale di e-government. Ha curato il coordinamento di progetti complessi in tema d’innovazione tecnologica ed in generale della Società dell’Informazione a livello regionale prima e a livello nazionale poi. È autore di numerosi articoli in tema di e-government e innovazione per la pubblica amministrazione. «La rivoluzione digitale corre veloce e noi tutti dobbiamo imparare a capirne le potenzialità e sfruttarne quanto il più è possibile, se non vogliamo restare fuori dalla modernità», afferma Nicastri. In questa intervista, Nicastri ci parlerà di contrasto all’evasione, debito pubblico, digitalizzazione e risparmio.

È circa trent’anni che ogni Governo si prefigge di abbattere il debito pubblico, non riuscendoci. Dove sta la vera difficoltà?

«Il debito pubblico andrebbe affrontato con coraggio. Forze politiche e cittadini devono essere consapevoli che, per risanare le casse dello Stato, bisogna assolutamente fare sacrifici e risparmiare in alcuni settori. Basti pensare al successo ottenuto grazie alla diffusione della fatturazione elettronica che, se si traducesse nella digitalizzazione di tutti i documenti del ciclo dell’ordine nelle relazioni tra imprese e Pubblica Amministrazione, potremmo stimare un risparmio di 6,5 miliardi di euro ogni anno; un progetto che ha reso il nostro Paese tra i più avanzati d’Europa e sta dimostrando come è possibile contrastare l’evasione fiscale, la corruzione e la troppa burocrazia.»

Molti economisti sostengono che con la digitalizzazione della pubblica amministrazione si possono stimare milioni di euro di risparmi. A che punto è la digitalizzazione in Italia?

«Non mi piace fare classifiche di questo genere. È chiaro che c’è ancora molto da fare. Poi bisogna rimboccarsi le maniche, perché questa è un’area che può dare molti risparmi e rendere più efficienti i servizi pubblici. Con una concreta proposta di investimento tecnologico, potremmo ottenere risparmi e servizi sempre migliori, per esempio dall’illuminazione stradale, che ci costa circa 2 miliardi di euro l’anno. Occorre snellire e informatizzare le procedure per velocizzare l’apparato amministrativo, ma più di tutto bisogna semplificare eliminando norme, sovrapposizioni e ridondanze tra regole nazionali, regionali e obblighi inutili, che creano solo vincoli e complicazioni alla vita dei cittadini e delle imprese.»

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha istituito con proprio decreto il Dipartimento per la trasformazione digitale. Qual è il suo parere a riguardo?

«L’istituzione del Dipartimento consentirà, finalmente, a tutti i soggetti impegnati nelle attività di digitalizzazione del Paese, di avere un solo riferimento in grado di coordinare le azioni del governo finalizzate alla definizione di una strategia unitaria in materia di trasformazione digitale e di modernizzazione del Paese, attraverso le tecnologie digitali. In questa maniera, si chiude definitivamente il caos della governance dell’Agenda Digitale. Da quando 20 anni fa anche in Italia si cominciò a parlare di amministrazione digitale, i governi che si sono succeduti non hanno saputo darsi adeguati strumenti per governare questa complessa trasformazione. Si è sempre provveduto con interventi episodici non inseriti in un disegno complessivo, generando la situazione caotica attuale, definita da molti una governance da manicomio.»

A proposito di nuovo governo, per la nuova manovra economica si sente parlare spesso di aumento dell’iva e di flat tax. Qual è il suo parere a riguardo su a questi due temi?

«Se lo scorso anno è stato raggiunto l’accordo con la Commissione europea intorno al 2% cento di deficit per la manovra italiana, una soluzione non ottimale ma accettabile per i mercati, quest’anno onestamente non si riesce a capire come si riuscirà a trovare il bandolo della matassa. Per la prossima manovra economica è difficile farsi un’idea: bisogna trovare 23 miliardi per evitare l’aumento dell’iva, più due miliardi di spese non considerate, le cosiddette “indifferibili”. Pur scalando quelli della recente “manovrina” per mettere a posto i conti del 2019, i tassi d’interesse più bassi e la spending review, restano da trovare una trentina di miliardi, una cifra enorme. Per quanto riguarda l’estensione della flat tax, credo comporti un problema importante di finanziamento e di distribuzione del reddito, perché si tagliano le tasse ai ricchi per penalizzare chi ha un reddito più basso. Tuttavia credo che la flat tax potrebbe essere un’occasione utile per la riduzione ed il riordino delle numerose detrazioni ed agevolazioni che esistono nella nostra normativa fiscale.»

In ultimis, vorremmo sapere cosa pensa del divario tra Nord e Sud, e quali sono le sue speranze e paure.

«Il divario tra Nord e Sud è un problema profondo e cronico che andrebbe analizzato con molta attenzione e serietà, una ferita mai chiusa che costa a tutto il Paese. Credo, innanzitutto, che bisogna andare ad agire sul miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione, e la digitalizzazione può darci un grande aiuto. Le differenze di performance tra Nord e Sud sono spesso enormi e ormai inaccettabili. Ci sono margini di recupero anche nella pubblica istruzione, in cui sarebbe importante rafforzare il capitale sociale. Al Mezzogiorno, l’istruzione funziona peggio che altrove e non per colpa degli insegnanti.  La mia più grande paura del domani è la mancanza di trasparenza su dove va a finire una fetta di debito pubblico, e quindi il pericolo di non vedere percepiti tutti i rischi economici. Se non riordiniamo i nostri conti pubblici, ogni manovra volta a ridurre il deficit pubblico rischia di riacutizzare i fenomeni recessivi che già affliggono il nostro Paese. I cittadini hanno il diritto di sapere esattamente come si forma il debito pubblico.»

Fonte: La Critica

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20/10/2020
Troppe parole sul Recovery Fund, o meglio Next generation EU, troppi sui media che ripetono all’infinito “ora che abbiamo questi 209 miliardi” ”ora che ci sono questi soldi”…”ora che è arrivato il recovery fund” etc etc. E’ necessario fare chiarezza innanzitutto sulla tempistica dei trasferimenti, (sulla concretezza dell’erogazione credo che, a prescindere dai mal di pancia dei cosiddetti Paesi “frugali”, essi verranno deliberati.), l’Italia dunque nel 2021 utilizzerà 25 miliardi del programma Next generation Eu nel 2021 (11 di prestiti dal Recovery fund, 10 di sovvenzioni più altri 4 di finanziamenti per la coesione (React Eu), nel 2022 le risorse che l’Italia richiederà all’Europa saliranno a 37,5 miliardi, nel 2023 ci sarà un picco fino a 41 miliardi, per poi ritornare a 39,4 miliardi nel 2024, 30,6 nel 2025 e 27,5 nel 2026.
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