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Tra Innovazione e Inclusione all’epoca del Covid-19

di Stefania Capogna, Professore Associato e Direttrice del Centro di Ricerca Digital Technologies, Education & Society, Link Campus University e Responsabile Osservatorio Educazione Digitale AIDR 

Il giorno 8 Luglio 2020, attraverso un confronto a più voci sul tema “Tra Innovazione e Inclusione all’epoca del Covid-19”, si è svolta la settima Digital Conference promossa dal centro di ricerca DITES (Digital Technologies, Education & Society).

La Tavola Rotonda è stata realizzata in collaborazione con il DASIC (Digital Administration and Social Innovation Center) della Link Campus University, l’Associazione Italiana Digital Revolution (AIDR), Diversity Opportunity e con il patrocinio del Centro di Servizio per il Volontariato del Lazio.  Con l’intento di riflettere su possibili vie di uscita dall’emergenza, il focus del dibattito si è incentrato su uno dei più importanti rischi della nostra società, aggravato dalla pandemia globale, quello di abbandonare le persone più fragili. In un periodo dove, per cause di forza maggiore, si è costretti a modificare le proprie abitudini e a riprogrammare la propria vita in funzione di nuove e non del tutto chiare esigenze e priorità, obiettivo fondamentale per la tenuta sociale è quello di includere quanti rischiano di essere travolti da un cambiamento troppo grande e troppo profondo per essere affrontato e superato da soli.

E’ Sila Mochi ad aprire il dibattito presentando il progetto Inclusione Donna avviato nel 2018, con l’intento di mettere a sistema i tanti sforzi affrontati da una pletora di singole associazioni femminili, a diverso titolo impegnate nella costruzione di un sistema che sappia riconoscere e valorizzare la differenza di genere e, al contempo, progettare una società a misura di persona. La testimonianza si sofferma sulla presentazione del programma realizzato da questa rete che aggrega oltre 33 associazioni femminili sotto la spinta dell’emergenza. Il programma illustrato mira a identificare il fil rouge di intervento insieme ad un set di obiettivi condivisi attorno ai quali riconoscersi e lavorare insieme per il post-Covid. La costruzione di questa più ampia alleanza ha portato la rete Inclusione Donna a stilare un programma articolato in sette punti da portare all’attenzione delle istituzioni per garantire anche alle donne, ritenute tradizionalmente una categoria fragile e ai margini del mondo del lavoro e delle scelte strategiche nazionali, di poter apportare il loro contributo in tutte le sedi e in tutti i campi del sapere, per traghettare il Paese fuori dalla crisi che stiamo vivendo.

Giuliana Cresce (CVS Lazio) sposta l’attenzione sul ruolo cruciale svolto dal volontariato durante il lockdown, soffermandosi in particolare sull’esperienza della regione Lazio, dove esiste una rete di associazioni molto radicata che, durante la quarantena, seppur con qualche difficoltà, hanno offerto un contributo essenziale al contenimento del disagio aggravato dalle diverse forme di povertà che contraddistinguono questo territorio molto eterogeneo. Infatti, il Covid-19 ha acuito drammaticamente tutte le situazioni di fragilità, isolamento e povertà (educativa, economica ed estrema) presenti sul territorio. Tuttavia, la risposta a questa emergenza è stata corale. A scendere in campo oltre ai volontari già impegnati sul fronte del bisogno, sono stati anche molti cittadini che si sono spontaneamente messi a disposizione dei C.O.C. (Centri Operativi Comunali), fornendo tutti i possibili supporti. L’emergenza, paradossalmente, ha reso più forte l’infrastruttura del volontariato, mediante un rinnovato attivismo civico e una collaborazione trasversale tra molteplici associazioni che hanno consentito di leggere il territorio, nelle sue varie sfaccettature, da un altro punto di vista. Seppure la gravità dello stato di emergenza ha richiesto di intervenire in primo luogo nella distribuzione dei beni di prima necessità, la rete dei volontari che si è venuta a creare ha garantito anche di contenere le situazioni di isolamento, fornire servizi digitali dove mancavano e, quindi, mantenere la coesione sociale, promuovendo l’inclusione delle categorie più fragili. A suo avviso, la mappatura dei bisogni prima del Covid-19 era abbastanza chiara ma la quarantena ha fatto emergere un quadro del bisogno sommerso completamente diverso, e questo ha richiesto di attivare soluzioni innovative e risposte più strutturate che hanno potuto giovare sia della capacità di risposta delle molte associazioni locali, sia di tanti nuovi ingressi nelle fila del volontariato organizzato, a testimonianza della grande vitalità e forza di un settore che opera ogni giorno, nel silenzio e nell’ombra dell’ordinaria quotidianità. A tal proposito, Cresce ricorda che “ogni giorno un silente esercito di potenziale umano a servizio delle persone ingaggia la sua lotta quotidiana, spesso anche in mezzo alle difficoltà che le stesse istituzioni sono in grado di procurare, incapaci di riconoscere il valore e il prezioso supporto di questo impegno”.

Un servizio che non deve essere letto banalmente nei termini del – seppur rilevante – contributo economico. Ma dell’ancor più importante economia generativa e del dono che rappresentano le fondamenta su cui si costruisce e si sviluppano le relazioni sociali sin dall’origine dei tempi. L’esperienza del Covid-19 per il CSV del Lazio ha rappresentato un momento di incremento del potenziale coinvolto mediante l’attivazione spontanea di una larga parte di cittadinanza; e al contempo la possibilità di misurarsi con l’organizzazione e l’erogazione di servizi completamente nuovi per rispondere a necessità indispensabili nell’esercizio di una cittadinanza piena. Ma, soprattutto, ha fornito la consapevolezza di una nuova forza e della rilevanza del ruolo svolto al fianco delle istituzioni. Una forza a cui non è sufficiente ricorrere solo nella gestione dell’emergenza, ma che deve essere chiamata a pieno titolo a co-progettare il futuro di una società inclusiva, capace di guardare le diverse povertà che affliggono il sistema, e che travalicano il divario digitale.

E’ Mariella Bruno (Diversity Opportunity) a riprendere e ad allargare il concetto di ‘diversità’. La società di cui è fondatrice, infatti, ha fatto della diversità la sua core competence strategica dedicandosi, mediante una prospettiva innovativa e fuori dagli schemi, alla diversità in tutte le sue forme (accompagnamento al lavoro delle fasce più deboli per condizione generazionale, culturale, di genere e per disabilità). La spinta che muove Diversity Opportunity è nel proporre la valorizzazione delle diversità come un acceleratore di innovazione, attraverso un costante lavoro di investimento, formazione e trasformazione culturale, e il riconoscimento e la valorizzazione delle tecnologie come fattori abilitanti. In questa prospettiva l’eterogeneità viene concepita come un valore capace di creare confronti positivi e, quindi, di innovare i sistemi organizzativi per migliorare le performance del tessuto produttivo. Nella fase di lockdown tutte le energie di Diversity Opportunity si sono concentrate su una delle categorie più dimenticate dell’emergenza: i giovani che si sono visti serrare le porte del futuro. I giovani sono tra quelli che hanno maggiormente sentito il senso di abbandono con la chiusura di tutte le opportunità di crescita personale e professionale tanto agognate quali stage, tirocini, opportunità di inserimento, ricerca di lavoro. Tutto si è fermato.  Questo blocco è stato grave per il mercato e rischia di pesare ancora di più nella fase di ri-partenza allorché andiamo a depauperare risorse, talenti e potenzialità di un’intera generazione. Per questa ragione, la risposta di Diversity Opportunity per favorire inclusione, mediante innovazione, si è giocata su due fronti. In primo luogo, sono stati lanciati una serie di mini corsi on line per accompagnare i giovani ad affrontare questo momento di straordinaria difficoltà, facendo emergere competenze strategiche per il lavoro e per la vita come “imparare ad essere resilienti”;  ricostruire una normale vita di relazione in chiave digitale; riorganizzare il tempo di vita e di lavoro ecc.. In seconda istanza, si sono spostate sul digitale le normali iniziative di  selezione di cui Diversity Opportunity è promotrice, mediante hackathon digitali in cui si sono confrontate aziende, giovani, università e Terzo Settore per parlare di sostenibilità, inclusione e creatività. La cosa che è emersa con forza è la necessità “di fare sistema con il Terzo Settore e con l’Università, perché solo in questo modo è possibile disegnare il futuro e il cambiamento che è già qui”.

Il concetto di sostenibilità viene assunto come driver del cambiamento anche da Pinuccia Montanari (Presidente del Comitato Scientifico Ecoistituto ReGe) che introduce  il tema delle diseguaglianze e l’affacciarsi del nuovo concetto di “biopolitica”. Montanari infatti sottolinea come la  pandemia abbia aggravato diseguaglianze vecchie e nuove, portando alla luce la centralità di alcune criticità che agiscono in maniera trasversale, come il digital divide che pesa sulla possibilità o meno di partecipare in maniera attiva e responsabile alla vita culturale, scolastica e democratica, segnando le sorti di un paese, di un territorio, di una comunità, anche in riferimento alla possibilità di contenimento del contagio e all’uscita dalla situazione di crisi. L’emergenza socio-sanitaria infatti ha fatto emergere, a suo avviso, la necessità di una nuova visione di comunità, in quanto comunità e territorialità si legano al tema delle diseguaglianze. Le prime osservazioni che è possibile fare a partire dal suo osservatorio privilegiato è che i territori che adottano strategie resilienti riescono a superare meglio le crisi, “come nel caso  l’Emilia Romagna che ha messo in campo il superamento della visione ospedalizzata delle patologie, creando veri e propri corridoi sanitari che hanno consentito di ridurre il forte impatto del Covid”. La pandemia ha evidenziato le disparità sociali e la sua virulenza non solo con le fasce più emarginate come gli anziani, o soggetti affetti da patologie pregresse, ma soprattutto i poveri, che sommano spesso le diseguaglianze sociali di partenza, e quelle connesse al fatto di vivere in un territorio svantaggiato, privo di risorse, servizi e cure adeguate. Basta uno sguardo all’impatto su scala globale del virus per rendersi conto di quali siano i paesi e le popolazioni più colpiti. Questo significa che se si vuole un futuro sostenibile è necessario ripartire da una progettazione che sia in grado di mettere di nuovo al centro il territorio. Si può uscire dall’emergenza socio-sanitaria ed economica solo mediante una risposta territoriale resiliente. Con il concetto di “biopolitica” quindi si vuole intendere un approccio in cui il territorio assuma un carattere centrale, all’interno di una prospettiva “glocale” capace di guardare il sistema mondo per rispondere in modo corale alla ricerca di soluzioni comuni. A suo avviso, la crisi ha insegnato prima di tutto che è necessario ripartire dall’ambiente per tutelarne la sostenibilità mediante la riconversione dei sistemi produttivi e culturali. Un percorso che può essere fatto a partire da un’innovazione tecnologica che sia capace di disegnare nuove filiere di economia circolare fondate sul riuso, sul risparmio e su nuove matrici decisionali. In questo senso, le politiche debbono divenire “biopolitiche” cioè azioni basate sulla cultura dei dati e la centralità della persona.

Ed è proprio nella proposta di una innovativa visione di progettazione, capace di porre la persona al centro che si fonda il contributo di Antonio Opromolla (DASIC). Studioso di innovazione e dell’impatto che le tecnologie digitali possono portare all’interno della società, egli si concentra in particolare sul modo in cui le tecnologie digitali possono supportare l’inclusione di categorie fragili, a partire dalla valorizzazione del concetto di persona. Infatti, una buona soluzione tecnologica deve essere centrata sulla persona nelle sue diverse abilità in diversi momenti della vita. Per questo si parla di progettazione Human Centred cercando di comprendere in primis come le persone, o particolari categorie di persone, interagiscono con un servizio, per comprendere il vissuto dell’ipotetico fruitore, il suo contesto, gli aspetti personali ed emotivi che accompagnano l’esperienza, con l’intento di studiare le soluzioni migliori per le sue esigenze. Una progettazione capace di riconoscere la centralità della persona integra gli strumenti della ricerca sociale. La parola chiave è “accessibilità”. Per quanto possa apparire innovativo tale approccio in realtà affonda le sue radici sul finire degli anni ‘70 e si fonda sul principio della co-progettazione, capace di far emergere i bisogni dei soggetti attraverso un percorso di accompagnamento che porta ad acquisire consapevolezza, e promuove un’azione di empowerment della cittadinanza.

Ed è proprio dal tema di cittadinanza attiva che prende le mosse l’intervento di Giulio Scorza (Dipartimento per l’innovazione e la digitalizzazione), sottolineando come l’emergenza che abbiamo attraversato ha portato drammaticamente alla luce, quando mai ce ne fosse bisogno, che il divario digitale di questo paese rappresenta un’urgenza non rinviabile; e i ritardi accumulati in tanti anni si sono aggravati nel corso di questa emergenza. “Una parte importante della popolazione non ha competenze digitali; mentre è ormai chiaro come le competenze digitali, e l’accesso alla tecnologia siano strumenti preziosi per una piena cittadinanza”. Per la prima volta nel nostro Paese si è detto che “Internet dovrebbe essere un diritto fondamentale”. Una evidenza già sottolineata da Stefano Rodotà 15 anni or sono. Oggi finalmente è evidente la centralità del digitale e dell’innovazione nella vita della società nel suo complesso. Questo pone sulle spalle dei decisori politici una grande responsabilità, quella di determinare le trasformazioni digitali. Una trasformazione che deve fare i conti con diseguaglianze che non riguardano solo il divario digitale ma anche le diverse forme di disagio e povertà che amplificano le divergenze, spostando sempre più in fondo chi già era ultimo tra gli ultimi. Scorza ricorda che i problemi sono variegati e richiedono interventi forti e diversificati. In primis ci si deve confrontare con l’annosa questione della connettività, allorché si continua a contare famiglie, minoranze, comunità e territori a connettività zero che impedisce loro l’accesso a qualsiasi tipo di servizio. Inoltre, si deve affrontare il tema dell’accessibilità dei siti e dei servizi per favorire l’inclusione anche a fronte di eventuali disabilità. Ma la sfida più grande è quella che riguarda la capacità di ascolto della politica e i ritardi della macchina amministrativa. Infine, va ricordato che su questo versante le questioni da affrontare sono complesse e troppo spesso le istituzioni non hanno al loro interno risorse e competenze adeguate a guidare questo difficile cambiamento. Nondimeno, per quanto sia complesso non si può rinunciare all’ascolto. Si debbono invece creare tutte le condizioni necessarie affinché l’ascolto si traduca in spinta dal basso, collaborazione con le forze sociali presenti sui territori, attivazione di una cittadinanza capace di esercitare diritti e doveri, anche valorizzando il contributo che il digitale può offrire per rendere sempre più efficace questo ascolto e la stessa partecipazione.

Il tema della capacità di ascolto della politica e della rilevanza del fare rete per promuovere una società inclusiva e a misura di persona è fortemente sottolineato da Flavia Marzano, moderatrice della Tavola Rotonda ed esperta di trasformazione digitale, con una lunga esperienza come membro del Comitato per l’Innovazione e l’Agenda Digitale. Sua è la metafora di pensare alla coppia innovazione-inclusione come a un prisma che chiede di essere analizzato e trattato da differenti prospettive capaci di coniugare tecnologia, diritto, sostenibilità, politica, economia e diversità. “Le differenze nel mondo ci sono, sono tante e sono un valore per questo è necessario lavorare sul diversity managment e sul diversity policy”. Infatti, a suo avviso, quello che ha insegnato questa esperienza è che si può uscire dall’emergenza solo insieme, facendo squadra. L’emergenza ha evidenziato la fragilità di molte categorie in termini culturali, etnici, di genere e generazionali, e la risposta per contenere questa emergenza è il recupero e la valorizzazione della comunità come partner dell’attore politico sui territori.

Nel tentativo di tirare le somme di questo ricchissimo confronto che ha cercato di guardare la coppia innovazione-inclusione mediante un approccio multi-prospettico, ci si soffermerà su alcuni punti che sembrano rappresentare il comun denominatore di tutti i contributi.

In primo luogo, un dato che appare trasversale alle diverse testimonianze è la profonda crisi dei modelli organizzativi tradizionali che si riconoscono in strutture piramidali e rigide, un processo di lavoro “a compartimenti stagni” e una comunicazione top down, dove anche le politiche seguono la rassicurante logica dell’implementazione lineare e automatica, che considera le norme un mero atto esecutivo che discende dal centro verso le periferie.

A questo sembra aggiungersi una crisi di leadership, trasversale a molti settori, che fatica a traghettare la complessità alimentata dal vorticoso cambiamento determinato dal digitale in tutti i settori e aggravato dalla pandemia globale. La crisi di queste tradizionali forme di governo su cui si è sviluppata la fortuna della società moderna è inscritta nella crisi del welfare state, tradotto in italiano con il concetto di stato sociale. Un modello che nasce appena dopo la seconda guerra mondiale per garantire l’intervento dello Stato nell’ambito dell’economia di mercato, al fine di garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini, assicurando a tutte le categorie sociali la sicurezza; la sopravvivenza in situazioni di emergenza; il supporto per categorie particolarmente disagiate; l’accesso ai servizi fondamentali; le pari opportunità nell’accesso alle chances di vita ecc.. Ma la traduzione corrente di stato assistenziale in Italia è venuta ad assumere un’accezione negativa che ne sottolinea i tratti ‘passivizzanti’ che, perpetrati nel tempo, rischiano di depauperare i territori, le persone, le comunità, limitando progressivamente gli spazi di ascolto, di prossimità, di partecipazione, conducendo progressivamente alla determinazione di situazioni di isolamento e scollamento sui territori e riducendo la forza di aggregazione e confronto dell’attore collettivo e dei corpi intermedi più o meno formali.

Un ulteriore elemento di continuità, emerso da tutti gli interventi, è da rintracciarsi nell’energia, nell’entusiasmo e nella partecipazione di cui le diverse testimonianze sono state portatrici attraverso esempi di progettazione, innovazione e reazione, dando prova di resilienza e aprendo la via a modelli di sviluppo incentrati sulla compartecipazione e la co-responsabilità degli attori locali. Le esperienze condivise aprono la scia a modelli socio organizzativi alternativi fondati su un’idea di Welfare Community, detto altrimenti welfare condiviso. Un’idea di welfare che si indirizza verso la creazione di comunità co-interessate a:

  • creare le condizioni di un miglioramento della qualità della vita dei cittadini, dei lavoratori e delle famiglie, anche ai fini di un migliore (e sostenibile) uso delle risorse e delle competenze presenti sul territorio;
  • ricostruire comunità vivibili e riconoscibili basate su un’idea di prossimità in grado di integrare reale e digitale per favorire circoli virtuosi di scambio, comunicazione e condivisione;
  • promuovere empowerment di comunità dove le persone siano messe in grado di fare scelte consapevoli e responsabili non solo sul piano personale ma anche, e soprattutto, in riferimento alle ricadute sulla collettività e sul futuro.

Per promuovere una diffusa cultura del welfare community è necessario però lasciare spazio a nuovi approcci di policy capaci di valorizzare e fare proprio il concetto di diversity, mediante il riconoscimento delle specificità attraverso cui sviluppare complementarietà, sinergia e inclusione.

La crisi pandemica ci ha dato l’opportunità di scoprire la versatilità e la trasversalità del digitale su cui l’Italia ha sempre scontato un grave ritardo. Il contraltare di questa scoperta consiste nel rischio di innamoramento che ne minimizza e decontestualizza i processi di accompagnamento assumendolo a una sorta di panacea di tutti i mali. Mentre è essenziale ricordare sempre che dietro, dentro, prima e dopo il digitale e ogni innovazione tecnologica ci sono, e ci devono essere, le persone. Non ci può essere innovazione se si dimentica il fondamento alla base di ogni progresso tecnologico. Per questa ragione, altro elemento trasversale ai contributi raccolti, che ispira e guida il cambiamento e il riconoscimento del valore e del ruolo strategico che possono e devono svolgere i territori quando si parla di innovazione e inclusione, è la questione etica. Progettare una nuova idea di welfare, orientata al concetto di comunità (welfare community), significa ancorare l’azione individuale e collettiva all’idea di co-responsabilità sociale che, per un verso si rivolge a cittadini attivi, partecipi e responsabili ma per altro si impegna a mettere tutti i cittadini in grado di esprimere le proprie risorse rimuovendo i legacy (l’eredità storico, culturali e di contesto) che ne inficiano la piena e responsabile partecipazione. A tal proposito, Sen parla di capabilities approach, perché è vero che il digitale crea tante opportunità di integrazione, di inclusione e di decentramento ma crea anche tanti nuovi invisibili che possono essere tali per tante diversificate ragioni che vanno dalla povertà economica, a quella culturale, cognitiva, emotiva e sociale.

Da ultimo, un ulteriore elemento di trasversalità che sottende ai diversi interventi riguarda il timore di vedere sprecata l’opportunità di riscatto che si gioca attorno alla forza di coesione liberata da questi “concetti aggregatori” quali sono: inclusione, sostenibilità, circolarità; equità. Il rischio infatti è quello di svuotare di senso tali concetti mediante le derive retoriche che accompagnano le grandi occasioni senza avere la forza di tradurli in azioni concrete e capaci di indirizzare gli interventi. Interventi che potrebbero trovare ispirazione nella regola delle cinque “R” di Thompson secondo cui per perseguire l’innovazione sociale è necessario: ripensare; riprogettare; ristrutturare; reinventare e riallineare. Ma il dramma della pandemia globale ha insegnato il valore della resilienza che in qualche modo sintetizza e attualizza questo concetto.

Un ragionamento questo che può essere concluso parafrasando un discorso di Kurt Vonnegut (Thoughts of a Free Thinker, discorso per la cerimonia di consegna dei diplomi, Hobart and William Smith Colleges, 1974).Ci sono tante cose che si possono fare ma forse la cosa più audace e più importante che possiamo fare oggi è creare comunità stabili”, dove essere riconosciuti, incontrati e ascoltati, per superare quel rischio di isolamento che ci attanaglia e che ha rappresentato la più grave minaccia e paura della pandemia globale. L’eredità positiva e da non disperdere di questo dramma sociale ed economico è proprio nel valore della cooperazione innovativa e generativa di cui hanno dato prova territori e associazioni, e che ci aspetta ora alla prova della politica.

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