Information technology: competenze professionali in movimento nella PA e nelle aziende

Abbiamo scelto, come occasione per presentarci, un evento aperto a tutti. Un modo per far sì che la rivoluzione digitale, l’innovazione e la crescita avanzino sempre di più e che liberi professionisti, tecnici e dipendenti della pubblica amministrazione possano scambiarsi esperienze, competenze e idee e avviare strategie comuni in una giornata dedicata al settore.

Preferendo interventi e contributi da parte di esperti di ambiti e discipline diverse proprio perché per progettare e comunicare nel nuovo sistema digitale è necessario un approccio trasversale, capace di fare tesoro di competenze e percorsi professionali diversi.

Ecco perché, ora più che mai, c’è l’esigenza di unire il binomio lavoro/digital revolution per affrontare il futuro, superare i luoghi comuni e raggruppare le forze sulle iniziative a favore dei giovani. Partendo dal fatto che il lavoro necessita, nella complessità attuale, di essere ritematizzato e ripensato su altre dimensioni affinché possa intercettare realmente la portata innovativa della digital revolution e la sua forza di trasformazione.

I nuovi dispositivi infatti nell’organizzazione del mercato del lavoro trascendono la semplice conoscenza e l’utilizzo dei device e si realizzano in chiave di mutamento culturale delle professioni che non riguarda solo gli spazi e i tempi di lavoro, ma che si salda a un nuovo e diverso approccio alla vita.

Il tema delle recenti evoluzioni del lavoro e delle professioni, a seguito dell’impatto della digital revolution, rappresenta senz’altro una sfida ambiziosa che non si riduce a un semplice raffronto tra le modalità di lavoro di ieri, odierne e in prospettiva futura, ma va letta in chiave di riformulazione riflessiva del concetto stesso di lavoro.

Ad esempio, dalla scuola oggi escono studenti ai quali bisogna dare la possibilità di realizzarsi e che chiedono l’acquisizione di competenze in materia digitale. È qui allora che hanno bisogno di essere affiancati dall’esperienza dei “vecchi” anche allo scopo di evitare la loro fuga verso paesi che offrono più dell’Italia. Convinti come siamo che una nazione per crescere e prosperare, soprattutto sotto il profilo economico, deve puntare a risolvere la questione della disoccupazione giovanile favorendo lo sviluppo delle imprese e degli investimenti privati, che, con la diminuzione di quelli pubblici, diventano fondamentali per le piccole e medie imprese.

Anche perché coloro che scelgono di trasferirsi all’estero per mancanza di opportunità in Italia sono quelli di cui abbiamo maggiormente bisogno, in quanto con la loro decisione dimostrano coraggio, determinazione e voglia di mettersi in gioco. E queste sono le caratteristiche più preziose che si possano riscontrare in un giovane.

Del resto, per convincersi di ciò basta guardare a quanto avviene negli Stati Uniti. Qui le start-up trovano un terreno a loro molto favorevole: negli ultimi tempi hanno creato occupazione a un tasso di 3 milioni di posti di lavoro ogni anno. Cambiando e trasformando, se necessario, le modalità del mondo del lavoro.

Su questo tema ho avuto l’opportunità, insieme al gruppo di lavoro che dirigo in Formez PA, di realizzare un incontro lo scorso anno, nel mese di luglio, presso il Padiglione Lombardia di Expo Milano 2015. In quell’occasione sono stati coinvolti diversi esperti delle istituzioni, delle associazioni di settore e delle realtà aziendali che a vario titolo si occupano dei temi legati alle trasformazioni del mercato, alla qualità delle condizioni di lavoro in contesti organizzativi, all’innovazione e allo sviluppo nei diversi settori occupazionali.

È emersa una sostanziale unanimità nel constatare la dimensione oramai pervasiva e capillare dell’utilizzo di strumenti informatici nel lavoro, con effetti significativi in termini di organizzazione di spazi e tempi lavorativi. Da questo modo di intendere il “lavoro” derivano delle ricadute sulla composizione dei tempi personali e familiari che in qualche modo abbattono i limiti tradizionali, ridisegnandone anche i confini.

Si parla allora di “smart working”, o di lavoro agile, per definire il lavoro in mobilità, con un’elevata interconnessione tra i contesti culturali e geografici più diversi tale da consentire di costruire ambienti e gruppi indipendentemente dalla presenza fisica nei medesimi luoghi.

Si tratta di una evoluzione del telelavoro, un nuovo sistema di organizzazione in cui i dipendenti di un’azienda scelgono di lavorare da casa o da dove preferiscono. Ecco che, magari un giorno a settimana o un paio di giorni al mese, il lavoratore abbandona badge e scrivanie fisse e opera in “remoto”, con l’inevitabile ausilio di reti mobili di ultima generazione o banda larga casalinga, smartphone, tablet e portatile. Il risultato? Autonomia, flessibilità nell’orario e responsabilizzazione. In Italia oltre centomila persone già lavorano in modalità “remoto”.

Il fenomeno riguarda soprattutto il terziario, ma i progressi nella robotica annunciano che il cambiamento interesserà presto anche l’industria. Un modo per mettere in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario di lavoro e puntare dritto a risultato e obiettivi aumentando la produttività, talvolta anche del 35-40 per cento, come sostiene l’Osservatorio Smart Working promosso dal Politecnico di Milano.

Secondo l’Istituto, lo Smart Working in Italia è in costante aumento, soprattutto nelle grandi aziende: il 48 per cento sposa di buon grado il risparmio nei costi di lavoro e dichiara di aver già adottato questo nuovo approccio o di aver iniziato a impostarlo.

Proprio questa dimensione a-geografica si conferma spesso come risorsa a servizio della costruzione di reti e comunità virtuali, intese anche come occasioni di lavoro.

D’altra parte si mette in luce la richiesta sempre più pressante da parte del mercato, già nelle fasi di prima selezione delle risorse umane, di un’adeguata alfabetizzazione digitale. Una richiesta, quella di digital know how, che si traduce a livello operativo in capacità di pensiero flessibile, di problem solving divergente, di sintesi e di analisi dei contesti.

Tuttavia l’influsso sui tempi di lavoro della digitalizzazione riguarda il mancato rispetto dei tempi di riposo minimi, la difficile distinzione tra vita privata e professionale e la possibilità di intensificazione dell’attività lavorativa, senza che nel concreto ci sia una reale regolamentazione e controllo di tale processo.

Così la riflessione si sposta sulle iniziative e sui progetti in controtendenza rispetto alle direzioni efficientiste che l’innovazione digitale tenderebbe a promuovere come “buone pratiche” nelle modalità di lavoro. Controtendenze che intenderebbero riequilibrare l’utilizzo dei device nella vita dei propri dipendenti attraverso l’introduzione di limiti orari.

La centratura non è però sulla realtà organizzativa, come soggetto deputato al controllo di tale processo, quanto, piuttosto, sul lavoratore in modo specifico. Il processo di riequilibrio attiva, dunque, la persona nel controllo diretto della flessibilità, declinata in termini di “flessibilità misurata”.

In effetti i feedback maggiori che provengono dalle aziende articolano il tema della flessibilità in termini di “flessibilità funzionale”, orientata al ricollocamento delle risorse rispetto alla spendibilità di quelle competenze ritenute obsolete. In questa prospettiva il tema intercetta in modo diretto quello delle nuove competenze, new skills for new jobs, ma allo stesso tempo ridefinisce il concetto stesso di rischio rispetto a una mancata gestione sostenibile dell’orario di lavoro, che impatta sulla qualità delle condizioni di lavoro e sul benessere personale e professionale.

Ridefinire concettualmente che cosa oggi possa costituire un fattore di rischio rispetto alle condizioni di lavoro significa identificare i veri termini entro i quali leggere la rivoluzione digitale e lo smart working.

L’aspetto che risulta, dunque, emergere con estrema chiarezza è la necessita di superare la semplice centratura sulle tecnologie innovative in se stesse, coniugando invece queste con fenomeni di inclusione. Il tema delle competenze, infatti, va letto in termini di politiche attive per il lavoro, di contratto di ricollocamento, di occupabilità delle persone e di riqualificazione delle skills. È questo il significato profondo che ridefinisce l’innovazione digitale in termini di “innovazione digitale inclusiva”.

Tale dimensione di inclusività si realizza a partire dalla persona, alla luce di un vero e proprio “umanesimo del lavoro”. Non si può non pensare che un processo “selvaggio” di digitalizzazione, privo di una centratura sui bisogni della persona, si traduca in rischio di anaffettività e inaridimento delle relazioni umane. In questa prospettiva il ruolo della leadership risulta essere una componente determinante nel declinare il management delle risorse umane in termini di stringente responsabilità sociale di impresa.

Dinanzi a una nazione oramai troppo in ritardo rispetto alla maggioranza dei paesi europei per quanto riguarda le dotazioni multimediali e l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione la digitalizzazione diviene urgente e ineludibile perché proprio da essa passa l’innovazione generale di un territorio, contribuendo a fondare, consolidare e velocizzare la società della conoscenza, di cui le competenze digitali sono uno strumento imprescindibile.

Così, in definitiva questa nostra iniziativa intende aiutare la diffusione di competenze digitali. Il digitale ormai è infatti pienamente reale, una quotidianità che viviamo in maniera sempre più indissolubile, in grado di adeguare tecniche e competenze professionali, un luogo in cui le persone producono e si scambiano contenuti: in origine questi “luoghi” erano soprattutto siti web, applicazioni, libri elettronici, giochi, social network e servizi web.

Col tempo e con la progressiva compenetrazione della rete in tutti i settori, si è reso possibile stabilire la logica con cui i contenuti entrano in relazione gli uni con gli altri, definendo il modo migliore per rappresentarli in funzione dei dispositivi e delle persone a cui sono destinati, che siano cittadini o uffici della pubblica amministrazione, rendendone chiara e semplice la comprensione, facendo in modo che ogni contenuto sia facilmente individuabile per semplificare il più possibile le interazioni all’interno dell’ambiente in cui tutto ciò si svolge.

Una maniera per chiudere la partita fra passato e futuro. Ma anche una sfida ancora da vincere.

di Arturo Siniscalchi, Dirigente Formez Pa e Vicepresidente Aidr

 

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