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FASE 2: una sfida per ciascuno di noi con un “nuovo” alleato, la digitalizzazione

di Sergio Alberto Codella, avvocato giuslavorista e Segretario Generale AIDR

Solo pochi mesi fa nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo. Nei programmi personali, familiari e professionali di ciascuno di noi l’esperienza di una pandemia che avrebbe sconvolto la nostra quotidianità, ma soprattutto le nostre sicurezze, non era annoverata neanche tra i peggiori incubi e al più era segregata in ipotesi di film di secondo ordine di stampo apocalittico.

Eppure è successo e tutto è cambiato. Probabilmente chi sta leggendo queste righe lo sta facendo in un luogo e con modalità del tutto “anomale”, seppure è difficile capire oggi cosa sia un’anomalia.

Molti si interrogano se da questa drammatica vicenda possa scaturire in prospettiva un “miglioramento” oppure un “peggioramento” per le nostre vite, essendo stati forzatamente costretti ad affrontare momenti di riflessione che il nostro frenetico “ieri” ci costringeva ad affrontare in maniera più o meno feroce.

Non sono sicuro che a livello di coscienza personale questo momento di stasi possa effettivamente risultare positivo o meno, ma ritengo che questa fase 2 stia facendo emergere alcuni aspetti positivi.

Ho visto amministratrici delegate che nel momento della crisi hanno capito di dovere investire sulle risorse umane (il “capitale umano”) e si sono dimostrate “vicine” alle altre persone e non con discorsi più o meno retorici, ma erogando a genitori con bambini piccoli un sostegno economico.

Ci sono state Fondazioni del terzo settore che sono state capaci di trasformare interamente la propria organizzazione ricorrendo allo smart working ed intuendo sin da subito che questa poteva essere vista come una opportunità.

Molti genitori che lavorano si stanno quotidianamente barcamenando tra lavoro e compiti dei figli, mettendosi in prima linea come fossero alunni, affrontando una vita diversa da quella che si erano immaginati.

Operatori sanitari e medici stanno combattendo una guerra senza contropartita ben sapendo che – purtroppo – molto presto si dimenticherà il loro impegno ed il loro sacrificio, ma nonostante questo non mollano sicuri di fare la cosa giusta.

Tutti quindi stiamo attraversando una fase di angoscia e di paura, ma – come spesso accade nei momenti di difficoltà – stiamo e dobbiamo scoprire nuove qualità.

Ed è quello che ci auguriamo che accada. La maggior parte delle persone si sta organizzando per cercare di venire fuori dalla crisi e lo stiamo facendo con quello che a noi italiani ha spesso salvato: spirito di inventiva, creatività, resilienza o per dirla in altri termini con una sana arte di arrangiarsi. 

La novità però è che abbiamo capito anche un’altra cosa e, cioè, che questa “ripartenza” o, meglio, questo nodo gordiano della fase 2 non può essere reciso se non con un alleato di cui fino a ieri non ci fidavamo troppo: la digitalizzazione.

In verità, i più importanti processi di (significativa e seria) ripartenza imprenditoriale – dal piccolo bar che deve organizzare le consegne a domicilio alla grande industria che deve gestire i propri spazi e le proprie risorse attraverso l’utilizzo di supporti informatici – hanno un comune denominatore ed è quello di essere supportati dall’aiuto del digitale, aiuto cui non può sottrarsi neanche la Pubblica Amministrazione che per svolgere i compiti cui è destinataria non può prescindere da una deburocratizzazione dei procedimenti che passa attraverso l’informatizzazione e la dematerializzazione di se stessa.

Tale circostanza di fatto si sta affermando con tale evidenza che appaiono, a mio avviso, quasi tautologiche le verifiche sulla sua opportunità, in quanto è ormai un aspetto imprescindibile delle nostre vite.

Dobbiamo quindi rimboccarci certamente le maniche perché sarà ancora più dura di prima, ma dobbiamo anche cambiare la nostra prospettiva affidandoci senza riserve alla digitalizzazione per recuperare il tempo perduto e, nei casi più gravi, per far sopravvivere e rinnovare imprese che altrimenti soccomberebbero alla luce di quanto sta accadendo e  se questo è valido in un’ottica nazionale lo è ancora di più in un’ottica internazionale.

Il Covid-19 non ha quindi solo portato lutti e sofferenze alle persone, ma ci ha fatto anche capire quanto alcuni modi di fare impresa siano da ritenersi superati, gettando il guanto della sfida di un profondo rinnovamento volto alla conquista di mercati esteri verso i quali ci siamo sentiti ancor più deboli.

Pur non potendo prevedere l’attuale emergenza, quando abbiamo fondato l’AIDR quattro anni fa, Mauro Nicastri, aveva avuto un’intuizione che molti dei soci fondatori, tra cui Arturo Siniscalchi, Gennaro Petrone, Vittorio Zenardi, Davide D’Amico, Valentina Nucera, Rosangela Cesareo, ma anche Alessandro Bacci, Andrea Bisciglia e Francesco Pagano, hanno subito condviso.

Un futuro prospero per il nostro Paese non può prescindere da un deciso impegno verso il rinnovamento digitale soprattutto nelle imprese. Adesso è il momento di raccogliere questa sfida e di ripartire. Si può fare, dipende solo da ciascuno di noi. 

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Troppe parole sul Recovery Fund, o meglio Next generation EU, troppi sui media che ripetono all’infinito “ora che abbiamo questi 209 miliardi” ”ora che ci sono questi soldi”…”ora che è arrivato il recovery fund” etc etc. E’ necessario fare chiarezza innanzitutto sulla tempistica dei trasferimenti, (sulla concretezza dell’erogazione credo che, a prescindere dai mal di pancia dei cosiddetti Paesi “frugali”, essi verranno deliberati.), l’Italia dunque nel 2021 utilizzerà 25 miliardi del programma Next generation Eu nel 2021 (11 di prestiti dal Recovery fund, 10 di sovvenzioni più altri 4 di finanziamenti per la coesione (React Eu), nel 2022 le risorse che l’Italia richiederà all’Europa saliranno a 37,5 miliardi, nel 2023 ci sarà un picco fino a 41 miliardi, per poi ritornare a 39,4 miliardi nel 2024, 30,6 nel 2025 e 27,5 nel 2026.
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