Evoluzione digitale: il futuro dei musei in Italia

di Francesco Pagano, Consigliere Aidr e Responsabile servizi informatici Ales spa e Scuderie del Qurinale

Se il concetto di “industria culturale” è stato generalmente utilizzato con un’accezione negativa, oggi il paragone tra il settore della cultura e quello industriale offre nuovi spunti e nuove prospettive, soprattutto quando si parla di innovazione. Così come il settore industriale si sta aprendo alla rivoluzione digitale attraverso la cosiddetta “Industria 4.0”, anche il mondo della cultura può e deve guardare agli strumenti digitali come a un’occasione per migliorare un’offerta che si innesta su un terreno già fertile.

Il bilancio relativo alle visite nel 2019, infatti, è di quelli che possono far sorridere. Milioni di persone, nel corso del 2019, sono accorse a visitare i musei italiani, con i primi tre (Colosseo, Galleria degli Uffizi e Pompei) che da soli possono vantare quasi 16 milioni di visitatori negli ultimi 12 mesi.

Nonostante gli eccellenti risultati a livello quantitativo, i musei italiani scontano ancora un preoccupante ritardo sotto il profilo dell’introduzione di strumenti tecnologici adeguati sia alla promozione dei siti culturali, sia a una fruizione adeguata ai tempi. Insomma: le visite segnano buoni risultati, ma si può e si deve fare decisamente meglio.

Il tema è stato toccato, sebbene in maniera incidentale, dallo stesso Ministro Franceschini, che ha auspicato un percorso che segua l’idea dell’innovazione. Ma quali possono essere i binari su cui muoversi per introdurre elementi realmente innovativi all’interno della proposta culturale in Italia?

Il primo passaggio è quello di abbandonare la prospettiva di intendere l’innovazione attraverso la logica di quel “effetto annuncio” che troppo spesso l’ha caratterizzata. Una visione contemporanea (siamo nel 2020) deve partire dalla consapevolezza che il pubblico (o il potenziale pubblico) si colloca oggi a un livello di fruizione degli strumenti tecnologici che è decisamente più avanzato rispetto all’offerta che riescono a garantire le strutture museali. Il primo passo, quindi, è quello di fare esercizio di umiltà e impegnarsi a colmare il gap che separa le istituzioni dalle persone.

In secondo luogo, è opportuno considerare l’evoluzione tecnologica come una doppia opportunità, che consente di introdurre nuovi strumenti e, contemporaneamente, utilizzare l’innovazione come fattore di risparmio e, di conseguenza, accumulo di nuove risorse per gli investimenti.

Per calare il concetto nel pratico, è sufficiente considerare il servizio delle audioguide, che oggi viene erogato utilizzando strumenti tecnologici che hanno fatto il loro tempo. Un recente studio condotto da Pew Research Center, aggiornato al 2019, certifica che in Italia il 71% dei cittadini dispone di uno smartphone. Un dato che, possiamo supporre, sia allineato con quello di molti paesi stranieri. Tradotto in termini pratici, significa che sette visitatori su 10 (ma la stima è al ribasso) posseggono uno strumento in grado di riprodurre una traccia audio attraverso un’applicazione. L’uso di dispositivi ad hoc è, di conseguenza, per lo meno ridondante.

La predisposizione di un’app dedicata, scaricabile rapidamente attraverso l’utilizzo di un collegamento inserito in un QR Code, consentirebbe a buona parte dei visitatori di utilizzare i loro dispositivi senza costringerli a utilizzare le scomode (e antiquate) audioguide che ancora oggi troviamo nei musei italiani. O, per lo meno, a ridurre il numero delle persone che deve ricorrere all’uso del dispositivo, riducendo i tempi di attesa per il ritiro e la consegna, così come il personale costretto a gestirle.

L’adozione di uno strumento versatile come l’applicazione mobile consentirebbe poi di creare itinerari personalizzati, per esempio in base al tempo che si ha a disposizione o alle caratteristiche dei visitatori (si pensi alla possibilità di creare un’audioguida dedicata ai giovani o giovanissimi) con estrema facilità, anche grazie alle tecnologie NFC (Near Field Communication) sempre più diffuse sui dispositivi mobili.

Non solo: in prospettiva è possibile progettare l’uso di un’unica app che, considerato il numero di visitatori “abituali”, diventerebbe una sorta di dotazione standard che consentirebbe di rendere ancora più agevole la fruizione dei contenuti e di offrire informazioni ulteriori attraverso un sistema centralizzato che permetterebbe di standardizzare l’accesso alle informazioni (orari per le visite, aperture festive) e ai servizi (acquisto del biglietto, prenotazione di visite guidate, indicazioni per raggiungere il museo) aiutando gli utenti a districarsi in quella che oggi è una giungla di sistemi diversi e incoerenti tra loro.

Andando oltre, un ecosistema di questo tipo potrebbe consentire di utilizzare strumenti di ricerca delle istituzioni culturali basato su parametri specifici, come gli artisti esposti, o la possibilità di avere agevolazioni per le visite a mostre collegate che, anche se oggi sono già previste, verrebbero promosse con maggiore efficacia permettendo ai visitatori di pianificare in anticipo i loro itinerari. Possiamo dire, in pratica, che per quanto riguarda le possibili applicazioni di uno strumento del genere il limite è rappresentato solo dalla fantasia.

Ma quali sono i fattori abilitanti per l’uso di tecnologie del genere? Il primo riguarda le infrastrutture, che allo stato attuale evidenziano una carenza spaventosa. Stando all’ultimo rapporto ISTAT, infatti, su 5000 istituzioni culturali solo il 35% offre un servizio digitale. Qui il tema riguarda ovviamente gli investimenti, che per quanto riguarda una “dotazione minima” (reti Wi-Fi a disposizione del pubblico, sito istituzionale) non richiedono certo uno sforzo eccessivo.

Il secondo, che non ha carattere strettamente economico, è la predisposizione di un ecosistema condiviso tra le istituzioni culturali stesse. Un percorso simile a quello degli Open Data e che permetta di sviluppare i servizi digitali secondo una logica di compatibilità e interoperabilità, aprendo così la strada a una sorta di “economia di scala” che consenta di accelerare il processo e abbattere i costi.

Solo ragionando sulla costruzione di un patrimonio comune di tecnologie e procedure sarà possibile eseguire un “salto tecnologico” in grado di coinvolgere tutte le realtà del settore e abbassare quell’asticella che oggi molte realtà, soprattutto quelle più piccole, vivono come un ostacolo insormontabile nel percorso verso la digitalizzazione dei servizi. Serve insomma una visione di lungo periodo, una pianificazione per obiettivi chiari e una logica volta a favorire la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti. Qualcosa che, tutto sommato, si può fare da subito.

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