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Decentrare per innovarsi: la PA con la Dadone punta ai PTA

di Michele Leone, Digital Media Specialist e socio Aidr

PTA ovvero “Poli territoriali avanzati”. Sarà un concentrato di tecnologia racchiusa in strutture decentrate e Data driven, con area specifiche per concorsi pubblici, con spazi di co-working e con uffici per videoconferenze e lavoro agile per la “nuova” Pubblica Amministrazione.

Questo ci dice in audizione alla Camera sui Recovery Fund la Ministra della P.A, Fabiana Dadone, confermando che di questi “Poli territoriali avanzati” in Italia ne nasceranno ben 150 e saranno delle strutture da ripartire tra le Regioni con lo scopo, anche, di ospitare i numerosi concorsi pubblici in ottica di decentramento e digitalizzazione delle procedure d’esame, in virtù dei grossi numeri di posti, più di un migliaio, messi a disposizione da PA centrali e locali solo negli ultimi mesi del 2020. Questi Poli territoriali avanzati saranno quindi “cablati” con la necessaria infrastruttura tecnologica e dotazione informatica per permettere, si spera, lo svolgimento delle procedure di selezione concorsuale in maniera veloce e digitale by default, in linea con gli interventi di riforma dedicata al reclutamento, che in tempi di Covid risulta sempre più necessario.

I Pta, questa è la sigla, saranno sviluppati recuperando edifici e spazi in disuso nei diversi contesti locali, e saranno individuati, continua la Ministra, anche mediante accordi con l’Agenzia del Demanio e l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Si punta all’utilizzo dei Recovery Fund per innovare la PA e i suoi processi anche grazie a partenariati e collaborazioni con Enti di Ricerca ed Università e con il settore privato. Questi spazi dovranno consentire la costante interazione con il cittadino in un “nuovo” luogo aperto e dinamico per lo sviluppo delle competenze digitali e dell’innovazione, dove la Pubblica Amministrazione si rivolge al cittadino e ne condivide con esso gli spazi, nonché competenze e conoscenze. Una PA quindi che si riavvicina al contesto urbano, che pone al centro di questo complesso sistema il cittadino quale utente finale del servizio erogato dagli uffici pubblici.

Mi sembra di rivedere i tratti distintivi della riforma Madia della PA, dove ai sensi del nuovo art.19 bis D.lgs. 150/2009, introdotto dal D.lgs. 74/2017, i cittadini partecipano al processo di misurazione delle performance organizzative e per i servizi online erogati. Servizi pubblici digitali che dal 28 febbraio 2021, dovranno essere accessibili esclusivamente tramite l’identità digitale SPID o con Carta d’identità elettronica. L’Europa ci aveva già pensato ed ha attuato politiche che consentono l’interoperabilità dei sistemi europei di identità digitale riconosciuti in base al Regolamento UE n° 910/2014 sull’identità digitale eIDAS (electronic IDentification Authentication and Signature). In Italia invece esiste il nodo eIDAS (https://www.eid.gov.it/) che rende accessibili i servizi online delle PA italiane anche ai cittadini europei tramite le loro rispettive identità digitali.

E’ positivo questo percorso che la PA sta affrontando per allinearsi agli standard europei ed internazionali, ampliando anche con questi nuovi PTA le modalità di lavoro in smart working, che sono più dinamiche, rispettose dei tempi del lavoratore, caratterizzati da maggiori obiettivi da raggiungere. Sembrano secoli ma sono passati pochi anni da quel video di una telecamera a circuito chiuso che riprendeva il “furbetto del cartellino” in mutande mentre timbrava, e timbrava per sé e per i suoi colleghi. Una PA che pochi anni fa voleva introdurre le impronte digitali per “marcare” la presenza e scongiurare l’epoca delle truffe, come fu definita. Presenza in ufficio che oggi non può più essere il metro di valutazione, e lo sostenevo anche prima del SARS-CoV-2, ma che al centro dello sforzo della PA ci sia l’obiettivo di “accrescere l’efficienza delle amministrazioni in relazione a quella dei corrispondenti uffici e servizi dei Paesi dell’Unione europea, anche mediante il coordinato sviluppo di sistemi informativi pubblici” come prevede l’art.1 del D.lgs. 15/2001.

Ora dobbiamo pensare ai dati positivi ed in constante crescita che l’Osservatorio Smart Working ci mostra sui progetti sviluppati in modalità di lavoro agile, anche tramite l’adozione degli strumenti del POLA (Piano Operativo per il Lavoro Agile) che prevede entro il 31 gennaio di ogni anno la dotazione di risorse umane che le Amministrazioni dovranno far rientrare nel piano di Smart working. Il POLA quindi deve consentire che almeno il 60 per cento del personale che svolge attività rientranti in tale modalità lavorativa possano avvalersi dell’istituto, garantendo che gli stessi lavoratori non subiscano penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera.

Ora pensiamo al Next Generation EU, un nuovo strumento per la ripresa da 750 miliardi di euro che rafforzerà il bilancio dell’UE, e dell’Italia, con nuovi finanziamenti raccolti sui mercati finanziari per il periodo 2021-2024. In Italia continuiamo a sviluppare progetti innovativi come i PTA, per migliorare le “capacità digitali strategiche “, tra cui l’Intelligenza Artificiale, la sicurezza informatica, le infrastrutture di dati e Cloud, le reti 5G e 6G, i supercomputer, i Quantum e la Blockchain. Dobbiamo insistere sulla necessità di dare priorità agli investimenti digitali per colmare il divario culturale e di competenze digitali dell’Europa che in questo periodo di crisi è diventato ancora più evidente per diventare il paese anche delle “eccellenze in digitale”, come ricorda un progetto del quale ho fatto parte che aveva lo scopo di unire le meravigliose 3 F del Made in Italy (Food, Fashion,Furniture)  con elementi di innovazione 4.0.

La strada è segnata quindi, e noi avremo il coraggio di perseguire queste scelte inclusive e digitali?

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20/10/2020
Troppe parole sul Recovery Fund, o meglio Next generation EU, troppi sui media che ripetono all’infinito “ora che abbiamo questi 209 miliardi” ”ora che ci sono questi soldi”…”ora che è arrivato il recovery fund” etc etc. E’ necessario fare chiarezza innanzitutto sulla tempistica dei trasferimenti, (sulla concretezza dell’erogazione credo che, a prescindere dai mal di pancia dei cosiddetti Paesi “frugali”, essi verranno deliberati.), l’Italia dunque nel 2021 utilizzerà 25 miliardi del programma Next generation Eu nel 2021 (11 di prestiti dal Recovery fund, 10 di sovvenzioni più altri 4 di finanziamenti per la coesione (React Eu), nel 2022 le risorse che l’Italia richiederà all’Europa saliranno a 37,5 miliardi, nel 2023 ci sarà un picco fino a 41 miliardi, per poi ritornare a 39,4 miliardi nel 2024, 30,6 nel 2025 e 27,5 nel 2026.
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