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Cos’è segreto, cos’è riservatezza, cos’è privacy in tempi di Coronavirus

di Biagino Costanzo, Socio AIDR e co-founder di KNOSSO

In tempi di emergenza sanitaria dovuta alla pandemia COVID-19, centrale sta diventando il dibattito anche sull’applicazione voluta da Governo ma non ancora operativa denominata, per il momento, “Immuni”. Si è detto di tutto di più sulla utilità del suo utilizzo e sui rischi nell’uso.

Provando a fare un po’ di chiarezza semplificando, si è compreso che l’app potrà essere scaricata, su base volontaria e gratis, dal play store Android e dall’Apple store per dispositivi iOS (il download non sarà quindi disponibile, almeno inizialmente, su Windows Phone, su feature phone e su telefoni Android sprovvisti del play store).

L’App “Immuni”, sarà composta da due parti, una dedicata al contact tracing vero e proprio, via Bluetooth, e l’altra destinata ad conservare una specie di “diario clinico” in cui l’utente possa annotare tempo per tempo dati relativi alle proprie condizioni di salute, come la presenza di sintomi compatibili con il virus. In poche parole quando il soggetto che ha scaricato l’app risulta positivo al virus, gli operatori sanitari gli forniscono un codice di autorizzazione con il quale questi può scaricare su un server ministeriale il proprio codice anonimo, se l’app riconosce tra i codici nella propria memoria un codice di un contagiato, visualizza la notifica all’utente.

I dubbi nascono da chi crede che, per quanto si afferma, che tutti i dati dei cittadini che la useranno resteranno su un server pubblico e dopo un tot di tempo distrutti, la società che gestirà Immuni potrebbe, nonostante quel che si dice, conservare i dati in “altro” server o quanto meno il tutto potrebbe essere penetrabile dagli hacker o da servizi di sicurezza stranieri.

Come sappiamo il diritto alla protezione dei dati personali non è assoluto e può essere limitato ai fini del perseguimento di un obiettivo di interesse pubblico generale preminente o per proteggere diritti e libertà altrui, quindi anche l’emergenza per il Coronavirus non fa eccezione. Però è comprensibile il peso della vicenda, essere a conoscenza che i nostri dati, addirittura clinici, i nostri spostamenti, i nostri contatti etc etc, anche se dopo un certo tempo vengono distrutti, potrebbero comunque finire in copia in qualche altro centro di raccolta dati, apre scenari pericolosi con una percentuale, credo, molto alta della nostra popolazione a rischio intrusione.

Cosa significano quindi anche in questi tempi, termini come riserbo, riservatezza e segreto!

Innanzitutto iniziamo da quest’ultima e dall’origine della parola, dall’antico latino “secretum” o greco “kriptos”. Il segreto è una informazione che non viene rivelata ovvero che non deve o non dovrebbe essere rilevata, perché, se lo fosse, recherebbe nocumento ad una comunità, ad uno Stato, a chi la rivela e talora a chi la riceve. In tal senso si parla di segreto di Stato, segreti di ufficio, segreto bancario, segreto militare, segreto industriale (esempio classico il segreto custodito ad Atlanta per quanto riguarda la formula della Coca Cola). Tali segreti possono essere violati su disposizione della magistratura inquirente, per l’apertura degli archivi di Stato, per imprudenza, per dolo mirato, e il più delle volte per soldi, tradimento e per spionaggio.

Conservare un segreto può essere dovuto a riserbo e fa parte del riserbo anche il segreto personale che scompare con la morte del suo possessore. Il riserbo non riguarda solo degli atti inconfessabili, perché qualcuno può legittimamente desiderare di non rendere pubbliche le proprie malattie, (ritornando appunto all’attuale emergenza), le proprie appartenenze religiose, le preferenze politiche, i propri gusti sessuali e perché no le proprie passioni. Questo è il diritto al riserbo che viene sempre più a perdere valore in un a società sempre più massmediatica, informatica, dove la rinuncia alla riservatezza prende ormai la forma del più estremo esibizionismo. Pensiamo all’invasione cosi tanto decantata dei social network che, come molte le cose, da un’ottima intuizione si sono trasformati, spesso, in un cambiamento profondo delle abitudini umane arrivando ad alimentare stupidità, odio, rancore, rabbia, mistificazione della verità, fino alla manipolazione e all’abuso della credulità sociale. Si mette nella piazza pubblica virtuale di tutto e di più esponendo le cose più intime, affermando cose insensate, alimentando, a volte, anarchie varie, esponendo anche l’ingenuità dei propri piccoli verso gentaglia malata che sta lì pronta a rendersi pericolosa.

Si trasferiscono sui social, scioccamente, tanti e tali informazioni personali, da far metter a rischio la propria incolumità e quella dei propri cari da parte di tanti delinquenti anche loro ben presenti sulle piattaforme social, pronti a carpire anche i più banali vostri segreti per trarne vantaggi personali.

E in queste ultimi anni abbiamo anche contato tanti morti a causa del cyber bullismo, suicidi di ragazze e ragazzi che non reggono la pressione dopo esser rimaste vittime del branco, non solo fisicamente a scuola, nella vita sociale, ma anche ora, sul web.

Una volta questa valvola di sfogo era il pettegolezzo. Odioso anch’esso ma il pettegolezzo classico si faceva nei villaggi, in portineria, all’osteria, ai bar, era, forzando un po’ l’analisi, un elemento di coesione sociale perché gli spettegolanti non di rado invece di godere delle sventure degli spettegolati ne provavano o esibivano compassione. Esso stesso funzionava se le vittime non erano presenti o non sapevano di esser tali o salvavano la faccia facendo finta di non saperlo.

Oggi la televisione ha ideato format in cui chiunque può divenire vittima famosa presentandosi a spettegolare su sé stesso. Si assiste ad un trash spaventoso dove per un obolo, a volte misero, si presentano intere famiglie a sviscerare problemi intimi, di eredità, di rapporti logori, o coniugi che si rinfacciavano tradimenti o che impietosamente e reciprocamente si rinfacciavano addirittura le loro incapacità sessuali.

Quindi, minata l’epoca del riserbo, sopravvive invece da millenni l’idea del segreto, che per esser tale, dalla antichità, doveva essere misterico innanzitutto. Infatti, il filosofo Simmel ricorda che gli uomini per natura sono avidi degli stessi e chi è ritenuto di possedere dei segreti non ancora svelati acquista sempre una forma di potere perché chi sa un giorno cosa potrebbe svelare. È sempre stato un principio delle polizie e dei servizi di sicurezza e informazione di tutto il mondo, che più cose si sanno e più si prevengono atti destabilizzanti e pericolosi, più si sa è più quindi si ha potere o anche si mostra di sapere. Il problema è non cadere nella tentazione di divulgare i segreti di cui si è in possesso, in questo caso amo citare Gibran quando afferma “Se riveli al vento i tuoi segreti, non devi poi rimproverare al vento di rivelarli agli alberi”.

Sempre Simmel afferma che la caratteristica tipica delle società segrete è l’invisibilità, e se riflettiamo, si sono sempre voluti invisibili le associazioni segrete. Pensiamo ai Carbonari o all’Ordine dei Templari, che poi molti di loro finissero sulla ghigliottina o al rogo non dipende tanto dal fatto che fosse trapelato il segreto che custodivano, quando dal fatto che, se alla fine l’obiettivo di una associazione è, per esempio, ordire una rivoluzione, il segreto cessa di esser tale quando la rivoluzione esplode. Ovvero ci sono dei segreti, come quello di un Gruppo industriale che voglia organizzare un’OPA per la conquista di un pacchetto azionario, che cessano di esser segreti quando la scalata va a buon fine o quando fallisce platealmente.

Davanti ad una crisi che da sanitaria sta, purtroppo e velocemente diventando sociale, culturale ed economica, vorrei porre una ulteriore riflessione su un aspetto del concetto di “segreto” ovvero i segreti industriali. Albert Einstein affermava che “Il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti”.

In tempi di libera concorrenza e globalizzazione dei mercati, la protezione del segreto industriale riveste sempre più un ruolo strategico per una Impresa, unitamente alla protezione e difesa delle proprie innovazioni e nuove soluzioni, siano esse funzionali o estetiche, nonché dei propri segni distintivi.

Dal processo produttivo di un oggetto alla sua commercializzazione è lunga la serie delle informazioni non brevettabili, che sia per scelta o impossibilità. Eppure queste informazioni, che possono essere tecniche o aziendali, per chi le detiene rappresentano un grande valore economico e per i concorrenti un indubbio vantaggio, se solo le potessero conoscere.

Ogni impresa detiene dei segreti generati durante l’attività imprenditoriale. Alcuni illuminati imprenditori sono talmente consapevoli dell’importanza di tali segreti da ricorrere a specifiche leggi per ottenere un’adeguata protezione. La maggior parte delle imprese però, si rende conto della loro importanza soltanto quando il segreto è già stato svelato. É in questo frangente che si rendono conto di aver posseduto qualcosa avente un valore che meritava di essere protetto.

Considerando, la rapidità con cui muta la tecnologia al giorno d’oggi, la protezione del segreto industriale, in alcuni casi, rappresenta il diritto di primazia intellettuale più attrattivo, interessante, efficiente e facilmente accessibile. La definizione giuridica di segreto industriale e di segreto aziendale passa attraverso la definizione della parola “segreto”. Il nostro ordinamento giuridico utilizza questo termine per indicare un documento o un’informazione che deve rimanere nella sfera di conoscenza dell’autore.

Affinché le informazioni in possesso di un’impresa risultino protette dalla legge, è necessario che esse, oltre a costituire un valore aziendale, siano mantenute segrete. Affinché queste informazioni siano suscettibili di utilizzazione economica e quindi degne di tutela giuridica, devono essere:

  • informazioni tecniche, tecnologiche, finanziarie, di marketing, commerciali o strategiche, sotto forma di relazioni, comunicazioni anche di carattere interno, studi, rapporti, elenchi, dati, tabelle, schede, tabulati e quant’altro – sia su supporto cartaceo che magnetico, ottico o magneto-ottico – purché identificabili ed idonee a costituire un patrimonio di utilità aziendale. Identificare il know-how, cioè l’insieme delle informazioni tecniche segrete, su un supporto materiale, è fondamentale in quanto permette di verificare se esso possieda i requisiti di segretezza e di sostanzialità che ne garantiscono la tutela.
  • segrete, in quanto difficilmente accessibili e sufficientemente protette da chi ne è il legittimo titolare. Per dimostrare l’adeguata protezione delle informazioni, al fine di renderle tutelabili ed opponibili, non è sufficiente la buona fede od un semplice cavillo. È necessario, invece, che sia posto in essere un serio criterio di difesa ed una corretta protezione, dimostrabile e documentabile: ad esempio un criterio di difesa prevede circolari interne specifiche, procedure di sicurezza, nda, clausole di riservatezza o di sicurezza, contratti di sicurezza, di segretazione, ecc.

E’ necessario che l’insieme organico di tali informazioni, insieme che viene continuamente implementato ed adeguato al variare dei fattori di scambio e nel contempo esplica una propria valenza economicamente importante per l’azienda, come tale, sia segreto e bene proprio dell’azienda.

In altre parole, anche se la sequenza delle informazioni, che nel loro insieme costituiscono un tutt’uno per la concretizzazione di una fase economica specifica dell’attività dell’azienda, è costituita da particelle di informazioni di per sé note, qualora detta sequenza sia di per sé non nota e sia considerata segreta in modo fattivo dall’azienda, detta sequenza è di per sé degna di protezione e tutela. Non è necessario infatti che ogni singola informazione sia “non nota” e  “non conosciuta”, è necessario invece, che il loro insieme organico sia frutto di un’elaborazione dell’azienda.

Proprio in questo modo infatti acquisisce un valore economico aggiuntivo rispetto ai singoli elementi che lo compongono. Si pensi ad esempio ad una complessa strategia per lanciare un prodotto sul mercato: i suoi singoli elementi sono senz’altro noti agli operatori del settore ma l’insieme può essere stato ideato in modo tale da rappresentare un qualcosa di nuovo ed originale e, come tale, un vero e proprio tesoro dal punto di vista concorrenziale per l’ideatore.

Il segreto è dunque la leva attraverso cui proteggere i propri valori organizzativi e di avviamento che trovano nel segreto stesso il loro punto di forza. Ecco perché il know-how per essere proteggibile non deve essere accessibile a tutti: se si diffonde perde valore. Inoltre grazie all’adozione delle misure di protezione si crea il presupposto logico dell’abusività della sottrazione da parte di un terzo: non si abusa, infatti, se non di qualcosa sottoposto a misure per la sua salvaguardia.

Ecco allora la necessità di regole fondamentali per proteggere le informazioni riservate. Le misure di salvaguardia devono essere rivolte sia all’interno (verso dipendenti o collaboratori) che all’esterno (verso i terzi in generale, come, ad esempio, i fornitori, i clienti, partner, ecc.).

In queste settimane si parla tanto di fondi europei, del continuo acquisto dei Titoli degli Stati da parte della BCE, del “famigerato” MES. I Paesi, stanno cercando di trovare un punto di incontro ma si va in ordine sparso. E in questo scenario e su questi rapporti, i partiti di maggioranza litigano tra loro e con l’opposizione, che nel frattempo urla e si intravedono nuovi assetti geopolitici tra chi spinge a non ledere il rapporto storico con gli USA e chi spinge in modo molto sospetto verso la Cina e questo riguarda anche il problema del 5G e la cessione di informazioni personali e il rischio sempre maggiore di sottrazione anche, appunto, di segreti industriali.

Come sappiamo il libero mercato ha portato nel nostro il sistema produttivo in generale, e nei settori tlc//automotive/ difesa/sicurezza in particolare, all’acquisizione o alla partnership tra aziende italiane e straniere (per lo più europee). È un dato di fatto, si può fare e, aggiungerei, il più delle volte, per fortuna, vista l’assenza ormai annosa, di investimenti nazionali, altrimenti avremmo decine di medie e anche grandi aziende al collasso con conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Quindi, bisogna confrontarci con questa realtà senza però cadere nella pura bieca propaganda che sia essa politica o sociale e senza inversamente chinare la testa, evidenziando l’atavico spirito provinciale che pervade purtroppo il Paese da sempre.

Ma in questo tempo difficile, in cui tutto sembra il contrario di tutto, e che granitici proclami si sgonfiano nell’incoerenza in poche ore, l’obiettivo da raggiungere è quello di essere semplicemente molto seri, recuperare valori, lavorare con etica e operando con molta attenzione affinché anche la proprietà intellettuale, il bene tangibile ed intangibile prodotto sia protetto. Vi sono tutti gli strumenti per farlo, da quelli convenzionali e conosciuti a quelli normativi e legali, per contrastare il furto dei segreti, che siano industriali, militari, scientifici, ma è necessario appunto non essere superficiali nelle analisi, nelle valutazioni e nelle conclusioni: approfondire ambienti, interconnessioni, controllare “amicizie interessate” cementate da comuni vizi, insomma evitare che su questi temi, ripeto, delicatissimi, serissimi e vitali per la salvaguardia e la protezione della nostra Repubblica e dei nostri interessi nazionali, possa esserci, da pochi per fortuna, faciloneria e sciatteria che mettono a sicuro rischio gli asset industriali italiani più strategici e il futuro stesso del sistema Italia e dunque del bene collettivo.

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20/10/2020
Troppe parole sul Recovery Fund, o meglio Next generation EU, troppi sui media che ripetono all’infinito “ora che abbiamo questi 209 miliardi” ”ora che ci sono questi soldi”…”ora che è arrivato il recovery fund” etc etc. E’ necessario fare chiarezza innanzitutto sulla tempistica dei trasferimenti, (sulla concretezza dell’erogazione credo che, a prescindere dai mal di pancia dei cosiddetti Paesi “frugali”, essi verranno deliberati.), l’Italia dunque nel 2021 utilizzerà 25 miliardi del programma Next generation Eu nel 2021 (11 di prestiti dal Recovery fund, 10 di sovvenzioni più altri 4 di finanziamenti per la coesione (React Eu), nel 2022 le risorse che l’Italia richiederà all’Europa saliranno a 37,5 miliardi, nel 2023 ci sarà un picco fino a 41 miliardi, per poi ritornare a 39,4 miliardi nel 2024, 30,6 nel 2025 e 27,5 nel 2026.
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