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Come farla finita con le fake news?

e-jornalism
15-01-2017

Il dibattito sulle “fake news” è crollato su se stesso ed è tempo di tornare a parlare di qualità del giornalismo

Fake News è forse il termine pubblicamente più dibattuto negli ultimi mesi, sia su un piano nazionale che su quello internazionale. Il voto italiano sul referendum costituzionale e i risultati a sorpresa portati dalla Brexit e dalle elezioni Usa hanno portato il concetto a dominare, letteralmente, diversi ambiti della sfera pubblica.

Le fake news, le notizie false, sarebbero in grado di indirizzare nel profondo le scelte dell’elettorato, inevitabilmente influenzato da bufale di varia natura e teorie astruse, si legge di continuo da più parti; allo stesso tempo, sostengono altri, le fake news sarebbero anche il prodotto più evidente dell’ecosistema mediatico in cui ci troviamo, la conseguenza della cacofonia di Internet e l’effetto collaterale dei social media. È davvero così?

Il dibattito sulle fake news, però, è diventato a tal punto cacofonico e confuso a sua volta da aver perso ogni possibilità di portare a qualche punto di incontro, a una soluzione di problemi che effettivamente esistono e sono urgenti o ad aprire una discussione su cosa sia la qualità del giornalismo in questa fase storica.

Il motivo è semplice: quello delle fake news è diventato un contenitore vuoto in cui buttare diversi ambiti e altrettanti problemi che, affiancati, finiscono per ammassarsi senza portare a un risultato di senso. Il problema originario è che si è iniziato a discutere di fake news senza giungere a una chiara definizione accettata del problema e senza decidere quale fosse il reale pericolo da fronteggiare.

Negli ultimi giorni la Media Editor del Washington Post, Margaret Sullivan, ha chiesto che si mettesse in soffitta il termine “fake news“, proprio perché di per sé fuorviante. Secondo la giornalista americana bisogna distinguere tra cose diverse che, allo stato attuale, fanno invece tutte capo alla medesima, generica, categoria. Le differenze tra una bufala creata ad arte e un errore giornalistico, per esempio, sono notevoli e vanno affrontate in modi differenti.

Allo stesso tempo una teoria del complotto sgangherata fondata sul nulla e un’opinione estremamente faziosa e politicizzata – magari posta a sostegno di posizioni che giudichiamo repellenti – sono ancora elementi differenti che non è possibile trattare allo stesso modo. Il caso della satira e di siti come l’americano The Onion o l’italiano Lercio, poi, sposta la questione in una direzione ulteriore. E che nulla ha a che vedere con le supposte fake news.

Un problema fin troppo evidente, ad esempio, sono le bufale pubblicate da siti fake messi online e gestiti con l’esplicito intento di generare profitti dal clickbait e dal traffico online, come è stato per il caso dei due ragazzi macedoni che sparavano bufale pro-Trump o della falsa dichiarazione del neo-Premier Gentiloni messa in circolo da un sito totalmente finte.

In questo caso la falsità dei contenuti è palese, gli intenti malevoli lo sono spesso altrettanto e in questo senso il web ha certamente complicato lo scenario. Altri tipi di fake, invece, non sono affatto appannaggio esclusivo dell’online e anche i media mainstream e le testate giornalistiche più blasonate non sono esenti da responsabilità per la loro diffusione, un elemento che troppo spesso si tende a sottovalutare. I falsi giornalistici, le notizie non verificate, quelle imprecise o le manipolazioni non sono di certo elementi venuti in superficie con Internet, ma hanno sempre influenzato l’opinione pubblica anche ben prima di Facebook. Come ha ricordato David Uberti sulla Columbia Journalism Review, il cattivo giornalismo è un problema forse anche più grave delle bufale vere e proprie.

La propaganda politica, infine, è ovviamente tutto tranne che una novità degli ultimi anni e accomuna le parti politiche, al di là del colore. Come è noto, l’ultima guerra in Iraq è stata dichiarata sulla base di prove false e propaganda politica, ripresa all’epoca da tutto il circuito mediatico mondiale che seguì anche i falsi scoop del New York Times. Guardando agli sviluppi del dibattito attorno alle fake news nelle ultime settimane, tutti questi elementi sarebbero facilmente assimilabili sotto la stessa categoria. Ma non è affatto così.

Di cosa si vuole parlare quando si parla di fake news, quindi? Sarebbe importante capire che il problema è molto più sfaccettato di quello che si vuole troppo spesso fare intendere. Pensare che le possibili soluzioni siano altrettanto semplici è a sua volta fuorviante e porta con sé rischi importanti.

Questa linea di pensiero, per esempio, ha portato il dibattito italiano su posizioni sostanzialmente inutili ed ideologiche: media mainstram contro Internet, per esempio, come se i primi avessero la sola garanzia di qualità conto l’inevitabile inaffidabilità della rete e, allo stesso tempo, come se i media ufficiali fossero solo il megafono delle élite culturali e il web rappresentasse invece l’unica possibilità di un’informazione imparziale e attendibile. Entrambi gli approcci sono falsati, retorici e non tengono conto dello stato delle cose mediatico del 2017.

Si è parlato talmente tanto di fake news che diversi Paesi hanno iniziato a valutare possibili soluzioni sistemiche al problema: è successo in Germania, dove il governo ha annunciato un’indagine nei confronti di una “proliferazione senza precedenti di notizie false online”, ed è successo negli Usa, dove l’intelligence ha incluso nel suo report sull’influenza russa nelle elezione presidenziali anche un riferimento alle fake news e la propaganda del Cremlino. In Italia, in particolare dopo il referendum – per spiegare la sconfitta del Sì Matteo Renzi ha fatto riferimento a sua volta alle fake news – sono state proposte alcune soluzioni paragonabili.

Il Presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, ad esempio, in un’intervista con il Financial Times, ha proposto, l’introduzione di enti statali connessi a livello europeo in grado di individuare le fake news. Il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, ha invece ipotizzato l’istituzione di una giuria popolare “per verificare la veridicità delle notizie pubblicate dai media”, a suo dire ossessivamente ostili al suo partito. Il dibattito italiano delle ultime settimane ha quindi dato piena rappresentazione a una deriva, quella per la quale si è sempre la fake news di qualcun altro e lo si è sostanzialmente per motivi politici. Le opzioni di Pitruzzella di Grillo sono entrambe irricevibili.

Anche pensare che spetti a Facebook trovare una soluzione al problema è cercare di affidarsi a soluzioni semplici e che, a loro volta, espongono a problemi e rischi. Gli algoritmi di Facebook hanno già dimostrato in diverse occasioni di creare frizioni quando intrecciati alla circolazione delle notizie. Il meccanismo delle segnalazioni degli utenti si presta a troppe possibilità di sfruttamento in malafede e come ha fatto notare Danah Boyd, rischierebbe di rafforzare ancora di più la polarizzazione e le echo chamber sul social media.

L’appoggio chiesto da Zuckerberg a enti terzi per il fact-checking dei contenuti, dal canto suo, sembra problematico già in partenza ed è anche legittimo domandarsi se spetti davvero a Facebook fornire questo tipo di servizio. Inoltre, un altro problema da non sottovalutare è quello degli equilibri di potere delle grandi piattaforme. La situazione potrebbe chiudersi in un vicolo cieco come già per il diritto all’oblio, dove Google è stata fatta arbitro unico dei contenziosi in materia.

Se vogliamo che questo dibattito porti a qualcosa di utile occorre uscire dalle dinamiche della contrapposizione e della propaganda politica e da quella del soluzionismo tecnologico e far sì che, se proprio si deve fare questa discussione, sia una discussione concreta sulla qualità dell’informazione e del giornalismo in questo preciso e complesso passaggio storico. Per fare questo bisogna accettare due assunti: le uniche soluzioni percorribili sono di lungo periodo e culturali e come tali è necessario accettare un grave ritardo nell’affrontare la questione.

La complessità dell’ambiente mediatico in cui ci troviamo impone strumenti culturali e di interpretazioni per decifrare il suo funzionamento. Se si vuole che quella discussione sulla qualità del giornalismo e dell’informazione si faccia, occorre spingere sulla formazione e sulla media literacy, la capacità di saper contestualizzare contenuti e fornitori di informazione.

Tutto questo percorso andava inaugurato anni fa, certamente, ma il contesto attuale ne sottolinea sempre di più l’urgenza. A sentirsi chiamati in causa devono certamente essere le scuole e le università, ma anche i media stessi non possono sentirsi esclusi dalla questione. Tra i vari compiti del giornalismo, infatti, vi è anche l’inclusione e questa passa (anche) dal far sì che nessuna fetta di pubblico sia esclusa dal poter comprendere e accedere all’informazione o al contesto in cui questa si diffonde.

Serve trasparenza nelle scelte e nelle spiegazioni che si danno ai lettori, serve contribuire a quell’opera di media literacy cui accennava Dan Gillmor in un tweet qualche mese fa. Serve autocritica e riconoscere gli errori invece che mascherarli: l’esplosione dell’isteria sulle fake news nasce dalla crisi di fiducia verso il giornalismo prima che da qualsiasi altra questione.

Philip Di Salvo

Fonte: http://bit.ly/2j8GBfv

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