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L'economia digitale per risollevare l'Italia dalla crisi. Ma necessita una maggiore preparazione specialistica

11-11-2016
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Il convegno organizzato dall’associazione “Italian Digital Revolution”

Sono sempre più ampi gli spazi per chi vuole lavorare nel settore digitale. A dimostrazione del fatto che passa per l’innovazione il futuro dell’Italia. E soprattutto degli italiani che, nonostante siano più connessi e digitali di quanto si possa pensare, soffrono del divario venutosi a creare con il resto d’Europa a proposito della penetrazione di internet. Se infatti il nostro paese ha raggiunto il 63%, la Finlandia è ormai al 94% e Francia e Germania sono rispettivamente all’84% e all’88%. 

Il punto sulla diffusione della digital economy è stato fatto durante un convegno dal titolo “L’economia digitale può creare occupazione?”, tenutosi ieri a Roma e organizzato dall’associazione Italian Digital Revolution in collaborazione con l’associazione Civita e il patrocinio dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

Numerosi gli intervenuti al dibattito, tra tecnici e politici, e il dato emerso con chiarezza è che c’è sempre più richiesta di percorsi formativi che possano far aumentare il grado di innovazione della pubblica amministrazione ma anche delle aziende private, che intendono acquisire nuove conoscenze al fine di poter risolvere problemi legati ai pagamenti, alle tecniche di marketing, al business to consumer e all’e-commerce. Consapevoli del fatto che col tempo la differenza si misurerà sempre più in base alle capacità di saper usare le tecnologie e non più sulle dimensioni delle imprese. 

“La nostra associazione – ha sottolineato Nicola Maccanico, vice presidente vicario di Civita – è felice di collaborare ad un’iniziativa così rilevante. Offrire indicazioni sulle migliori politiche per accompagnare lo sviluppo digitale significa fornire un aiuto concreto alla crescita economica dell’Italia e particolarmente alla creazione di opportunità occupazionali per i giovani. Un’occasione preziosa, dunque, possibile grazie all’enorme potenziale dell’economia digitale che può avere un ruolo strategico per tutte le realtà culturali e produttive del Paese”. 

Mauro Nicastri, presidente dell’associazione Italian Digital Revolution, ha invece affermato che “in un momento di crisi economica come quello attuale la rivoluzione digitale può rappresentare davvero un effetto positivo ‘puro’ sull’occupazione”.  Secondo la Commissione europea entro il 2020 ci saranno 900mila posti di lavoro non occupati per mancanza di competenze, più del triplo dei 275mila che si liberarono nel 2012. In Italia, aggiunge uno studio di Modis, il 22% delle posizioni aperte in questo ambito resta vacante, in un contesto che vede il 12% dei giovani occupati nel mondo digitale contro la media continentale del 16%. Il nostro tra l’altro, sempre secondo la Ue, è il paese che ha la percentuale più bassa di profili ICT che abbiano almeno la laurea triennale: il 32% contro il 77% della Spagna. 

Se si guarda invece agli stipendi e alle professioni più ambite, per PAyScale vincono ruoli come il director of analytics, lo user experience director o il sustainability expert che guadagnano fino a 124mila dollari annui.
“Siamo convinti – afferma Arturo Siniscalchi, dirigente di area di Formez PA e vicepresidente dell’AIDR – che l’utilizzo delle nuove tecnologie aiuti le nostre imprese a eccellere nello scenario globale, facendo della formazione uno degli elementi cardine della crescita economica. Per questo vorremmo organizzare entro la prossima primavera un evento specifico, un focus allo scopo di fornire risposte e spunti per valorizzare il capitale umano e creare nuove figure professionali sia nell’ambito della pubblica amministrazione che delle imprese private.

Tra l’altro alcune di queste, come lo user experience director, che accompagna l’esperienza dell’utente in spazi fisici o digitali, gli esperti della lettura di dati, il chief technology officer, lo sviluppatore mobile o il big data architect, che formula analisi dettagliate sull’attività sul web, hanno assunto grande importanza. Eppure si tratta di profili per i quali la formazione è erogata prevalentemente da società private. E quindi, ad esempio, anche l’università dovrà tener conto dei cambiamenti in atto e cercare, per quanto possibile, di stare al passo con le nuove esigenze del mercato”. 

“Mi auguro che le conclusioni dell’incontro odierno – sostiene Francesco Cavallaro, segretario generale della Cisal – possano diventare punto di partenza per l’istituzione di un tavolo di lavoro, coordinato magari proprio dall’associazione ‘Italian Digital Revolution’, tra sindacati, imprese, agenzie per il lavoro e altri soggetti eventualmente interessati. L’obiettivo è di definire le competenze e le professionalità di cui è necessario dotarsi, a livello pubblico e privato, per ottimizzare le opportunità di miglioramento, in termini di risparmi e di efficienza, offerte dall’adozione dell’ICT.

A tale scopo, la Cisal mette a disposizione per gli incontri la propria sede romana e offre inoltre fin d’ora la massima collaborazione per la definizione e la rappresentazione degli interessi di una nuova categoria professionale, legata appunto alle competenze digitali”. 

Per Paolo Prestinari, amministratore delegato di Fattore Mamma-Media, “il digitale, come tutti i grandi cambiamenti sistemici, offre grandi opportunità se viene affrontato in modo positivo e creativo. Fattore Mamma ha iniziato la sua attività nel 2008 con questa scommessa: valorizzare le mamme e portare innovazione nelle aziende. Questa vision ha permesso di creare lavoro per le mamme realizzando progetti per i maggiori brand”.
Mentre per Francesco Boccia, deputato del Pd, ”stiamo vivendo la più grande rivoluzione del capitalismo moderno.

L'impatto sulla società e sull’economia è ancora più dirompente dell’energia a vapore, del telaio, dell’energia elettrica e della stessa meccanizzazione con i primi computer. Il digitale ha completamente stravolto la catena del valore di interi comparti economici e la politica continua a dimostrarsi incapace di cogliere e intercettare i cambiamenti positivi di questa modernità, subendone solo le distorsioni. Il digitale ha cambiato radicalmente il modo di vivere di ognuno di noi, non solo l’organizzazione delle imprese ma anche le relazioni sociali. La ricchezza, al tempo del digitale, va sempre più concentrandosi nelle mani di poche grandi multinazionali. Ora spetta alla politica mettere in campo modelli ridistributivi capaci di assicurare trasparenza, equità e la tutela dei diritti fondamentali”. 

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