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Cingolani: «Servono libertà d'azione, merito, regole»

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11-10-2016

È durante la pausa pranzo che ci si accorge di come l’esperimento multidisciplinare funzioni a meraviglia. Poco dopo le 13, nella mensa al sesto (e ultimo) piano della struttura, si fa fatica a trovare una sedia libera tra le decine di tavolate bianche. Fra un piatto di pasta e una pietanza etnica, i ricercatori si aggiornano su come procedono i test nei diversi dipartimenti in cui sono collocati. È il momento in cui si può toccare con mano la sinergia tra i vari gruppi: da quelli di robotica al team che lavora nella sezione dedicata agli smart materials. 

 

Si parla in inglese. Inevitabile, del resto, visto che il personale è composto da cittadini provenienti da 56 Paesi. Salta subito all’occhio, inoltre, che la netta maggioranza dei commensali è giovanissima. Ecco perché non stupisce, quando, più tardi, ci informano che l’età media (amministrativi inclusi) non supera i 34 anni. Difficile da credere, ma siamo in Italia. Potremmo essere tranquillamente al Mit di Cambridge o al Cern di Ginevra, invece ci troviamo all’Istituto italiano di tecnologia (Iit), nella sua sede centrale di Genova.

 

È un polo d’eccellenza competitivo con i più prestigiosi centri di ricerca a livello mondiale. Oggi lo staff conta 1.470 persone, di cui ben l’85% occupato nell’area scientifica. Si tratta di una fondazione di diritto privato, finanziata dallo Stato attraverso 96 milioni di euro all’anno (circa l’1% del totale destinato dal pubblico alla ricerca), a cui si aggiunge una media di 25-30 milioni ricavati attraverso iniziative dell’Unione Europea o fondi privati. Contando su questo budget, dal 2009 – anno di avvio effettivo dell’attività – ad oggi, l’Iit può vantare circa 7mila pubblicazioni scientifiche, oltre 130 progetti europei portati avanti, quasi 400 brevetti registrati e 14 startup costruite in casa e strutturate in modo tale da diventare gradualmente autonome e creare nuovi posti di lavoro. 

 

In questi anni sono stati aperti anche alcuni laboratori congiunti con realtà industriali come Nikon e Moog. Sono i numeri, insomma, che autorizzano a parlare di un progetto riuscito. «Non esiste un unico modello vincente per la ricerca – spiega nel suo ufficio Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’istituto –. In questo campo, un po’ come avviene nello sport, la differenza la fanno i campioni.

 

A cui, nel caso della ricerca scientifico-tecnologica pura, bisogna aggiungere anche l’importanza di avere a disposizione infrastrutture adeguate». Il sistema dell’Iit fa perno su un piano scientifico triennale (una sorta di business plan industriale) e su un meccanismo di governance che prevede anche un comitato di valutazione esterno. Ma, se deve indicare la peculiarità dell’Iit, Cingolani non ha dubbi: «Il reclutamento. Perché investire sui talenti non è mai uno spreco». Il processo di selezione dei profili è impostato secondo regole valide in tutto il mondo, ma pressoché sconosciute in Italia. Il sistema prevede anche le call internazionali.

 

«Se ci serve uno specialista mettiamo un annuncio sulle principali riviste di settore, riceviamo le domande con i curriculum e li sottoponiamo a un panel internazionale e indipendente che li valuta», aggiunge. È una prassi seguita soprattutto per la scelta dei principal investigator, ovvero per i responsabili delle aree di ricerca, a cui viene garantita grande autonomia d’azione.

 

Al contrario di quanto avviene in tante università, qui non ci sono cattedre a vita. La struttura è snella e il ricambio è continuo: il flusso in entrata è bilanciato da quello in uscita. «I responsabili di laboratorio vengono pagati un 30-40% in più rispetto alla media naziona-le, ma in compenso hanno contratti a tempo determinato e vengono valutati ogni quattro anni – racconta Cingolani –. Il periodo massimo di permanenza per i giovani ricercatori è di tre anni, a cui si aggiungono 12 mesi di cuscinetto per trovare un’altra sistemazione all’altezza».

 

Dall’Europa agli Stati Uniti, passando per l’Asia: tutti sono abituati a queste regole. Anche per questa ragione a Genova sono stati attirati in sette anni migliaia di cervelli stranieri: dai chimici ai fisici, dagli ingegneri ai neuroscienziati. «Abbiamo 21 profili diversi, perché non si può pensare di andare su Marte senza mettere insieme tante competenze. Oggi il 46% del personale proviene dall’estero – afferma il direttore scientifico –. E nel 16% dei casi si tratta di cervelli italiani rientrati da fuori».

 

Come Paolo Decuzzi, attuale direttore del laboratorio di Nanotecnologia per la medicina di precisione dell’Iit e con alle spalle un’esperienza da professore associato di Bioingegneria all’Università del Texas a Houston. Stesso discorso per Giuseppe Vicidomini, ingaggiato dal celebre Max Planck Institute tedesco (modello a cui si ispira l’Iit) che ora a Genova si occupa di microscopia ottica a super risoluzione. È grazie a questa fucina di talenti nazionali e stranieri che si sfornano scoperte scientifiche in grado di migliorare la vita dell’uomo e di proteggere l’ambiente.

 

Tra le ultime, ad esempio, R1: un prototipo di robot umanoide (costruito con materiali il più possibile economici ed ecosostenibili) concepito per operare in ambienti professionali come la corsia di un ospedale o in casa, aiutando anziani e persone non autosufficienti a prendere oggetti altrimenti irraggiungibili. Per adesso il prezzo resta proibitivo, ma a pieno regime di commercializzazione può arrivare a costare quanto uno scooter o una tv di ultima generazione. Altra invenzione recente è una spugna realizzata a partire dagli scarti del caffè (quindi biodegradabile) e capace di assorbire gli olii separandoli dall’acqua. Rimedio utile, per esempio, nei casi di incidenti in mare con sversamenti di petrolio.

 

«Al centro delle nostre ricerche c’è – e ci sarà sempre – l’uomo, e ci chiederemo costantemente che cosa gli potrà servire tra venti o trent’anni, non fra un secolo», afferma Cingolani. Per le scelte future il direttore scientifico invita a tener presente un parametro su tutti, ovvero l’indice di sviluppo umano: «Attualmente il 20% della popolazione mondiale ha a disposizione l’80% delle risorse idriche ed energetiche. Il mondo ha bisogno di equilibrio. La ricerca e l’innovazione devono essere orientate in modo tale da provare a ridurre questo gap. Per cui servono tecnologie per migliorare la qualità della vita nella società industriale, ma anche in grado di fare diagnosi laddove non esistono gli ospedali».

 

Ora alle sfide dell’Iit (legate all’Industria 4.0) si aggiungeranno quelle dello Human Technopole di Milano, il polo di scienze della vita che occuperà una parte dell’area Expo. Il governo ha affidato a Cingolani il ruolo di coordinatore del progetto. «Al di là delle polemiche inutili e delle invidie esplose nelle ultime settimane – confida il diretto interessato – la verità è che l’IIT sta contribuendo a costruire un signor concorrente dentro casa. Ma in fondo è meglio così. Messi è un campione, ma da solo non vincerebbe niente se nel Barcellona non ci fossero giocatori del calibro di Neymar, Suarez e Iniesta. Ecco, l’Italia deve iniziare a ragionare come un grande club, perché la competizione non è interna, ma fuori. E più talenti si hanno in squadra, maggiori sono le probabilità di successo».

Luca Mazza

Fonte: http://bit.ly/2dMNyRV


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