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Una vera architettura cloud per la gestione degli appalti

Siniscalchi Arturo
10-10-2016

Duecentoventi articoli per un’ampia rivisitazione normativa. Allo scopo di regolamentare e rilanciare un settore in difficoltà e spesso oggetto di critiche e sospetti. Di sicuro, nelle intenzioni del legislatore, nelle sei parti e nei 25 allegati che compongono il nuovo e corposo codice degli appalti (decreto legislativo n. 50/2016) c’era anzitutto l’intenzione di disciplinare nel dettaglio le gare pubbliche in tutti gli ambiti, dalle costruzioni all’energia.

 

E poi, di riordinare il capitolo dei contratti di concessione secondo le direttive europee 2014/24/UE e 2014/25/UE, con le quali sono state ridisegnate le caratteristiche degli appalti pubblici in Europa e che prevedevano infatti la trasposizione negli ordinamenti nazionali entro il 18/4/2016, finalizzate alla sostenibilità ambientale e all’occupazione, e di ridurre le stazioni appaltanti. A beneficio anche del progresso tecnologico. 

 

Così dal giorno della sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale, il 19 aprile scorso, la politica ha un nuovo strumento di controllo sulla pubblica amministrazione: basti pensare che il provvedimento prevede tra l’altro che l’Autorità anticorruzione vigili sulle PA, istituisca un registro dei commissari di gara e un rating selettivo di reputazione per le imprese, cancellando il criterio del massimo ribasso nell’assegnazione degli appalti. 

 

Un passo in avanti, certo, ma che va tradotto subito in ricadute positive sul territorio, soprattutto dal punto di vista dell’innovazione. A vantaggio magari anche delle piccole e medie imprese attraverso le quali passa il rilancio del paese e da tempo in cerca di regole chiare.

 

Ma anzitutto, in un processo di spesa pubblico, c’è l’esigenza di consolidare una cultura della trasparenza per assicurare la legalità, di garantire la certezza dei tempi e il controllo di qualità e dei costi. Scenari realizzabili ma contraddetti dai fatti, visto quanto quotidianamente riportano le cronache che dimostrano come i lavori pubblici restano un ambito molto delicato, data la grande mole degli investimenti. Un fattore che accresce i rischi di degenerazione del sistema degli appalti, in particolare per quanto riguarda le grandi opere. 

 

Quindi, quali strumenti adottare per non lasciar disperdere tutto nella deriva dell’abbandono e della corruzione? Il rimedio sta nell’impiego di tecnologie telematiche avanzate supportato dalla ricerca. Consolidate ormai per ogni esigenza, tali tecnologie, previste dai regolamenti, consentono di contenere i costi e sono pronte per le stazioni appaltanti sia permanenti che temporanee legate alle emergenze. 

 

Un esempio su tutti: il cloud computing, ovvero l’insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware o software distribuite in remoto, cioè non residenti nel computer o nel sistema dell’utente. Per erogare servizi pubblici ad un vasto numero di utenti con funzionalità offerte in maniera aperta e condivisa.

 

 Una modalità di erogazione di tal genere è il SaaS (Software as a Service). Secondo gli esperti si tratta del modello più maturo, adottato da un gran numero di aziende, e di cui i servizi più utilizzati sono le applicazioni di gestione delle risorse umane, i portali aziendali, la posta elettronica e la “Unified communication & collaboration”, ovvero la comunicazione unificata (tra le protagoniste della digital trasformation). Un modo quindi di integrare l’innovazione digitale e i sistemi di conservazione sostitutiva. 

 

Anche se, va detto, sembra ancora lontano il passaggio ad una vera architettura cloud che consentirebbe, sia al pubblico che al privato, di disporre di un ventaglio infinito di servizi in continua evoluzione fra i quali scegliere per comporre sistemi informativi aperti, flessibili e ritagliati in base alle esigenze del momento. Con ovvie e positive ricadute sullo sviluppo dell’intero sistema degli appalti. 

 

Concetti che evidenziano i benefici di una gestione informatizzata (o paperless che dir si voglia) del settore. Basti guardare a quanto avvenuto all’estero: in Gran Bretagna, ad esempio, il distacco da Bruxelles non ha avuto ripercussioni sul percorso di adeguamento del diritto interno: le direttive appalti sono state recepite attraverso il “The Public Contracts Regulations 2015”, entrato in vigore il 26 febbraio 2015, oltre un anno prima del nostro d.lgs. n. 50/2016. 

 

Altro caso in Francia, dove il partenariato per l’innovazione si è concretizzato un anno e mezzo prima, introdotto infatti nell’ordinamento transalpino già nel settembre 2014, con il decreto n. 2014-1097, recante “Misure di semplificazione applicabili agli appalti pubblici”. 

 

Ecco allora per quale motivo risulta fondamentale la tempestività nel legiferare in un campo come quello dell’innovazione, consentendo così al progresso tecnologico di avere più tempo per radicarsi bene e creare un circolo virtuoso in grado di produrre benefici per l’economia. 

 

 

Arturo Siniscalchi

Dirigente Formez PA e docente di avviamento al lavoro e funzionamento dei Centri per l’impiego presso l’Università Lumsa di Roma 


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