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Dalla guerra di propaganda alla guerra cibernetica. Ma che cos'è la cyberwar?

09-10-2016
Cyber War

Sappiamo tutti che l’informazione ha un’importanza cruciale nella società odierna, ma spesso ci dimentichiamo il perché. L’informazione nelle società avanzate è alla base di ogni automazione produttiva, strumento operativo, capitale relazionale ed economico, ecosistema cognitivo. Alla base dell’automazione produttiva, dei media, della scienza e della cultura, c’è l’informazione e come viene trattata: perciò è cruciale. Ed è per questo suo statuto che il potere non coincide più con luoghi fisici, portaerei e palazzi, ma con i flussi di informazione.

E questo è anche il motivo per cui la gestione dei flussi di informazione è al centro degli equilibri economici e geopolitici del pianeta.

Ma se andiamo andiamo al nocciolo della sua funzione, a come influenza le nostre vite, capiamo come l’informazione si qualifichi innanzitutto come il contenuto di conoscenze e il significato di messaggi che consentono di conoscere fatti e situazioni e di modificarli: la gestione della cosa pubblica, gli andamenti della borsa, il clima elettorale, le relazioni diplomatiche, le intenzioni d’acquisto dei consumatori. Oggi queste informazioni sono prevalentemente trattate da computer digitali e viaggiano su reti informatiche.

 

Ma l’informazione è importante anche come strumento di guerra. Uno strumento che assume forme diverse e molteplici: guerra d’informazione, di propaganda, cibernetica.

 

Ad esempio, lo scontro tra Wikileaks e gli Stati Uniti d’America sulle email di Hillary Clinton, è un esempio di guerra dell’informazione. Non è solo una guerra di propaganda, visto che noti mercenari informatici, al soldo di uno stato avversario, hanno prima trafugato quelle email violando dei sistemi informativi, e poi hanno fatto in modo di divulgarle per delegittimare il candidato democratico alla Casa Bianca. E da questo punto di vista è indifferente se le le divulghi Wikileaks o qualcun altro.

 

CYBERWAR E CYBERSPAZIO

Invece la guerra di propaganda vera e propria è quella che stanno combattendo Russia e America sul fronte siriano, accusandosi vicendevolmente di proteggere gli assassini di civili e dei cooperanti umanitari. E questa guerra dell’informazione usa i media tradizionali e Internet.

La guerra cibernetica propriamente detta, la cyberwar, è invece quella che ogni giorno si combatte nel cyberspazio usando sofisticate armi tecnologiche che servono a compromettere le infrastrutture “critiche” di stati, governi, e organizzazioni transnazionali. Oggi queste infrastrutture critiche sono quelle che trasportano e immagazzinano informazioni, sotto forma di bit, dati, software e conoscenze. Quindi obiettivo della guerra cibernetica sono server, database, smart-device, i nodi e i backbone della rete e l’Internet delle cose.

La guerra dell’informazione può essere intesa come un insieme di azioni volte a conquistare la superiorità conoscitiva a supporto delle proprie strategie, innanzitutto colpendo i sistemi avversari e proteggendo i propri. Come? Spiando le comunicazioni avversarie, sottraendo informazioni o manipolandole, e impedendo che il nemico faccia lo stesso. Nel condurre la guerra dell’informazione si possono usare strategie e tecniche di contro-informazione, disinformazione e propaganda, ma anche armi tecnologiche utili a violare le difese avversarie.

La guerra dell’informazione è antica quanto la guerra stessa e ne sapevano qualcosa i romani sconfitti da Annibale che usava tecniche di comunicazione più efficaci, come pure i nemici di Gengis Khan, i cui guerrieri-freccia avevano il compito di impedire le comunicazioni nemiche uccidendone i messaggeri.

 

La guerra dell’informazione è stata combattuta nell’Oceano Atlantico nella seconda guerra mondiale nella versione dell’electronic-based warfare (per decrittare i dispacci cifrati dalla macchina Enigma sul movimento dei sottomarini tedeschi). Anche Radio Londra partecipava alla guerra dell’informazione, inviando messaggi in codice alla resistenza contro i nazisti e incitando all’insurrezione contro gli eserciti occupanti, un approccio che si è evoluto fino alle psy-ops (pscyhological operations) in terra irachena nella forma di trasmissioni radio e volantinaggi aerei che invitavano alla resa l’esercito di Saddam Hussein

 

L’obiettivo dell’information war è quindi duplice, inquinare l’informazione necessaria al nemico per fare previsioni o renderla inutilizzabile per acquisire una superiorità tattica e strategica, ma anche rivelando informazioni sensibili attraverso un’azione di propaganda, che è quello che ha fatto Wikileaks, diffondendo il video dell’elicottero americano che uccide civili iracheni, a cui i governi alleati hanno risposto con un’efficace azione di disinformazione: “Assange è uno stupratore”.

 

Un altro esempio è  quello che hanno fatto i democratici americani con le tasse nascoste e le dichiarazioni sessiste di Donald Trump candidato alla presidenza americana per i repubblicani. Nei due casi, diversissimi, obiettivo non è distruggere la capacità di comunicazione dell’avversario ma influenzare l’opinione pubblica rendendo noto ciò che non lo era per produrre delle reazioni utili e prevedibili sulla base di valori condivisi.  

 

Un risultato questo che può essere ottenuto con tecniche di manipolazione dell’informazione oppure usando fonti informative dietro le linee del nemico, ottenibili sia da agenti umani che infiltrandosi in computer e database da chilometri di distanza. Ed è quello che hanno fatto gli APT 28 e 29, (APT: Advanced Permanent Threat), i gruppi Fancy Bear e Sophacy coi database elettorali del partito democratico e che oggi fanno temere interferenze future nelle elezioni, non solo americane.

 

La cifra dell’information-war a ben vedere è sempre stata la tecnologia. Per questo nei secoli sono stati escogitati molti stratagemmi per proteggere le proprie informazioni e, poiché porte, corrieri e buste chiuse non erano sufficienti, è stata sviluppata la crittografia, la scienza delle scritture segrete, in cui il vantaggio competitivo sugli avversari dipende dalla qualità della segretezza ottenibile con messaggi in codice o dalla capacità di decifrarli (decrittarli).

 

La prima constatazione nel duello Wikileaks-resto del mondo perciò, è che nel caso della diffusione dei 250 mila cablogrammi delle 174 ambasciate americane indirizzate al Dipartimento di Stato, gli Usa non hanno protetto adeguatamente le proprie informazioni, mentre Wikileaks ha trovato il modo di entrarne in possesso esponendo al resto del mondo molti elementi su cui si basano la politica e l’egemonia americane. Non è certo come abbiano fatto. Si ritiene che a fornire quelle informazioni sia stata una “talpa”, o meglio un whistleblower.

 

Nel caso degli hacker russi affiliati agli APT invece, si registra un salto di qualità: hacker preparatissimi e ben finanziati hanno violato le difese degli storici avversari.

Gli ingredienti di questa nuova guerra dell’informazione in entrambe i casi sono quindi la grande disponibilità di basi di dati, la possibilità di duplicarle all’infinito perché digitali, la possibilità di renderle ubique grazie alla rete, trasferirle a grande velocità, e di farlo in maniera nascosta per tutelare chi le veicola.

 

A parte le classiche azioni di spionaggio le tecniche di infowar sono spesso un miscuglio di campagne di informazione e di strategie comunicative derivate dalla psicologia delle folle e dall’arte di avanguardia, dai movimenti grassroots e dal marketing pubblicitario, e mirano a mettere in cortocircuito l’informazione istituzionale sfruttando l’attitudine al sensazionalismo tipico dei media mainstream – tv, radio e giornali – e sfruttando il modo di costruire la notizia tipico delle tecniche giornalistiche. 

 

Ma a differenza della guerra d’informazione, che può essere combattuta con mezzi nuovi e tradizionali usando talpe, agenti segreti, pubblicitari, media e televisioni, la cyberwar si riferisce solo alla guerra cibernetica, cioè a una guerra che usa computer e reti di comunicazione come fossero armi convenzionali appannaggio di stati ed eserciti o di gruppi indipendenti ad essi affiliati.

 

La cyberwar propriamente detta punta a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione delle “truppe” avversarie in maniera intenzionale e pianificata mettendo in campo ingenti risorse, umane, finanziare, computazionali, e “armi digitali” molto sofisticate. Perciò la cyberwar è per definizione una guerra di eserciti e servizi segreti. Ha bisogno di soldi e coperture politiche. La stessa cyberwar tuttavia può fare uso di tecniche di propaganda ben codificate e di apposite “leggi di guerra” che implicano anche il ricorso a mercenari, doppiogiochisti e paramilitari.

 

MAILBOMBING, VIRUS E FURTI DI DATI

Perciò le cyberguerre sono diverse. Tanto per cominciare non mirano a delegittimare oppure a contrastare l’avversario attraverso la propaganda, piuttosto mirano a interrompere e sabotarne i flussi informativi, danneggiando le sue infrastrutture di comunicazione con i D-Dos (distributed denial of service o blocco dei servizi), e il mailbombing, i virus informatici, o il furto e la diffusione di dati di alto valore strategico, come nel caso dei DNCLeaks, oppure bloccando i sistemi di trasporto come gasdotti, ferrovie, dighe e aereoporti attaccando i nodi di scambio della rete, il sistema dei nomi a dominio, i singoli indirizzi IP degli oggetti connessi nelle infrastrutture. 

 

Da qui il botta e risposta informatico tra russi e americani che hanno minacciato il paese di Putin di essere pronti a reagire al prossimo attacco: senza preannunciarlo e in maniera sproporzionata.

 

Arturo Di Corinto

 

Fonte: http://bit.ly/2eg2xG3

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