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"Io, coworker da un anno. E la grande stanza che si trasforma in rete"

28-09-2016
Coworker

 

Crescono a ritmo serrato anche in Italia i luoghi di coworking. Dove lavorano assieme freelance, startupper, architetti, addetti stampa, grafici, fotografi, videomaker, social media editor, ma anche wedding planner, traduttori, informatici, psicologi, operatori del turismo e altri ancora. Ecco pregi e difetti di uno spazio lavorativo condiviso. 

 

Quando circa un anno fa per motivi personali ho scelto di lasciare la mia scrivania di lavoro al desk dell'Huffington Post a Roma, pur continuando a lavorare per Huff e Repubblica, non sapevo dove mi sarei ritrovato fisicamente a scrivere. Gira e rigira la scelta più ovvia, come per qualsiasi persona alla ricerca di una scrivania, il WiFi e un luogo in cui lavorare, è finita in un coworking. Per 12 mesi ho testato che cosa vuol dire lavorare in uno spazio condiviso, ho apprezzato i suoi pregi e annotato i suoi difetti.

 

I coworking in Italia. Quantificare quanti coworking esistano oggi in Italia non è affatto semplice: non ci sono dati ufficiali. Nel sito del Ministero del Lavoro un articolo del 2014 ne contava circa 98, ma secondo altre fonti sarebbero almeno quadruplicati: Mycowo ha condotto una ricerca che ne indicava, con prevalenza al nord, circa 290 fa mentre il sito Chefuturo ne annovera almeno 350-400. Di fatto, dieci anni dopo la loro invenzione (nel 2005 a San Francisco), anche da noi l'idea di condividere spazi di lavoro o ingegno (come i Fab lab) sul modello della Silicon Valley sta crescendo a dismisura. Roma e Milano contano già dozzine di questi luoghi e ora anche città medio piccole come ad esempio Parma vantano almeno 6 o 7 coworking dove stabilirsi. E poi ci sono aziende e associazioni di commercio che hanno deciso di investirci. Nel mondo, secondo i dati della Global Coworking Survey 2016 che si è tenuta a Milano, ci sono 7800 coworking. Lo scorso anno in Europa sono cresciuti del 36% e le regine sono Londra e Berlino.

 

L'impatto. In questi luoghi senza badge e senza orari si incontrano freelance, startupper, architetti, addetti stampa, grafici, fotografi, videomaker, social media editor, commercialisti ma anche wedding planner, traduttori, informatici, psicologi, operatori del turismo, membri di ong, dipendenti di aziende con sede all'estero e tanti altri ancora. C'è una varietà enorme. Di solito la prima cosa che ti colpisce quando entri in un coworking è la creatività. Sono luoghi gestiti e pensati da giovani, con strutture di design, open space, oggetti che assomigliano più a una casa che a un ufficio. Posti dove ognuno ha le sue chiavi oppure un orario condiviso di entrata e uscita, stanze che ospitano cucine con tutto il necessario, aree relax, sale private per le riunioni, calcetti balilla o ping pong oppure semplici aree dove "smezzare" l'affitto: la base sono una scrivania, internet WiFi e la macchina del caffè. Sì, c'è anche la macchinetta del caffè nelle priorità di un coworker (almeno il 61%, secondo i dati raccolti da Mycowo). I prezzi variano da città a città (si parte in genere da 60 euro mensili per arrivare fino a 300) e soprattutto dalla formula, se giornaliero o mensile, se temporaneo (si occupa una scrivania a seconda del posto libero ) o resident. In alcuni casi ci sono delle specifiche, come la residenza o l'età (spesso sono under 35), in altri totale libertà.

 

Ogni luogo, che sia uno spazio realizzato da un azienda come spesso accade nella Silicon Valley o uffici a partecipazione comunale (come On/Off testato a Parma, che al pianterreno ha anche un asilo dove le mamme portano i bimbi prima di lavorare), ha regole differenti ma con un unico denominatore: la condivisione. Delle bollette, dell'acqua o la spesa quando si mangia nelle aree bivacco, di internet e stampanti, degli allarmi, ma soprattutto delle competenze. Ognuno ha il suo lavoro ma l'impressione che si ha è quella di avere un unico committente: le iterazioni sono continue e costanti, spesso involontarie.

 

Scambi di competenze. Capita che l'informatico risolva i problemi di pc degli altri coworker, che il grafico realizzi una copertina per il progetto al quale sta lavorando il fotografo, che la wedding planner si organizzi con il videomaker per fare i filmati dei matrimoni e via dicendo (come mi è capitato di vedere a Brain). Un progetto personale spesso diventa condiviso e dal traduttore al social media editor tutti collaborano con scambi il più delle volte gratuiti. Io per esempio ho trovato fonti: racconti di storie e informazioni. Come nelle aziende americane, dove sempre più big company stanno investendo nei coworking per creare spazi dedicati a startup o collaboratori, la libertà e l'autogestione sono le parole chiave: ognuno svolge il proprio lavoro scollegato dagli altri, spesso senza capi o responsabili presenti, e si autogestisce a seconda del carico. Il pranzo, di solito, è il momento dello scambio di idee.

 

"Non volevo lavorare dal divano". La maggior parte dei freelance o dei lavoratori incontrati fra le sedie dei coworking ripetevano la stessa frase come un mantra: "Non volevo lavorare dal divano". Parlando con loro però si scopre che in realtà, più che un luogo fisico, l'esperienza del coworking è gratificante per l'iterazione e le connessioni lavorative con gli altri (86% secondo la ricerca). L'idea di avere un ufficio classico e dividere per spendere meno è ferma solo al 61%. Oppure si incontrano ragazzi appena usciti dalle università che cercando di inventarsi una professione e assorbono consigli dagli altri. Tra Fab Lab, startup e a progetti quali Talent garden, la connessione con i campus sta prendendo sempre più piede in questi spazi. Mico Rao, del coworking Espresso di Alessandria, nato nel 2010 fra i primi in Italia e organizzatore dell'omonima convention nazionale a Montepulciano, racconta che i progetti futuri di chi gestisce queste realtà vanno proprio "nel tentativo di coinvolgere gli studenti e metterli in rete con il lavoro".

 

Il problema del rumore. Lontani dagli sviluppatissimi coworking californiani o del nord Europa, con nap-room, box e angoli isolati, il problema principale dei coworking nostrani (spesso piccole realtà da 20-30 persone) è il rumore. Professioni diverse ed esigenze diverse che - nonostante le regole del buon vicinato - impediscono, fra telefonate e conversazioni, la giusta quiete per la concentrazione. Il problema del rumore è al numero uno fra i disagi segnalati dai coworker. A questi si aggiungono, in assenza di responsabili, le gestioni di spazi comuni quali cucine o bagni e altri problemi tipici della convivenza. "E' finita la carta". O ancora "chi compra l'acqua? Chi prende il toner?". Si vive di casse condivise e lunghe riunioni in cui ognuno dice la sua sul futuro e la gestione dello spazio non sempre è semplice. Anche per le questioni basiche si trasformano facilmente in divergenze che spesso nascono dalla sensazione di "sentirsi a casa". Ma non è casa tua. Perché alla fine, come in una comune, l'idea che lascia un anno di coworking sulle spalle è proprio quella: lavorare in un ambito famigliare, con una stanza che si trasforma in rete. Come internet, ma molto più fisico.

 

Giacomo Talignani

 

Fontehttp://bit.ly/2doxmsx

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