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AssetProtection. Comunicazione e digital divide: l'allarmismo fa male al web

itallian Digital Revolution
28-09-2016

Ogni nuova notizia di un crimine informatico non fa che convincere troppe persone a non utilizzare lo strumento digitale.

 

I giornali correttamente avvisano i loro lettori sui più recenti attacchi alla loro privacy, e sui danni provocati dal furto di identità e dal ricatto. Ma troppo spesso hanno titoli che molti non sanno correttamente interpretare. Le conseguenze? Proviamo ad esaminarle.

 

1 Internauti, web addicted, habitué di Facebook/Twitter: la notizia – indipendentemente da come è strutturata – provoca curiosità sulle modalità di attacco e sulle conseguenze reali; queste persone forse avranno una maggiore attenzione alla protezione dei propri beni ed informazioni; non dovrebbero essere influenzati dalle modalità di comunicazione; non ultimo, hanno forse ottenuto un elemento di pettegolezzo informatico in più.

 

2 Nuovi utenti: se giovanissimi, la notizia nemmeno l’hanno colta; se giovani, si convincono che esistono degli sciocchi in rete; se “diversamente giovani”, si domandano se hanno fatto bene ad acquistare il costoso “strafanto” le cui immagini ed i cui tasti devi sfiorare con estrema attenzione se vuoi che faccia quello che vuoi tu (quasi mai).

 

3 Non utenti di servizi online, o non possessori di un proprio smartphone, o tablet, o computer connesso in rete, o comunque resistenti ad un uso di tali strumenti: si può pensare che mormorino fra sé e sé “ma chi me lo fa fare ad accollarmi tutti questi rischi? Faccio allora bene a dire di no alle offerte della banca, delle Poste…”.

 

Ogni nuova notizia di un crimine non fa che convincere queste persone a non utilizzare lo strumento digitale. Una ulteriore conseguenza è che queste persone non si sforzano di comprendere le minacce e di capire come difendersi. Se sono docenti, o i genitori od i nonni di bambine e bambini che posseggono uno smartphone e che vanno regolarmente su Internet (alcuni a dieci anni usano regolarmente anche Skype!), il danno può essere grave: come fanno a sensibilizzare i ragazzini a loro affidati? Come fanno a dare dei consigli?

 

Come fanno a seguirli nelle loro “evoluzioni” in rete? (Una mamma disse ad un incontro: ”Mia figlia non va in Internet. Usa solo Facebook”).

Se è vera questa mia velocissima classifica, ed è vero che sono tantissimi i cittadini che risultano “refrattari” al digitale, c’è da domandarsi innanzitutto se la docenza che si sta facendo a questo proposito a tutti i livelli (associativi, istituzionali) sia completamente adeguata, o se non sia il caso di migliorarne il contenuto. Infatti, tante sono le iniziative tese a sensibilizzare all’informatica gli adulti, ma non si corre il rischio che i risultati siano poi vanificati da una percezione di un crescente pericolo ingovernabile?

 

Un episodio che mi sembra significativo.

Mi è accaduto in una scuola di essere attaccato da una professoressa perché, nel parlare agli studenti della prima media, non ho affermato che l’uso di questi strumenti è proibito. Ho cercato di spiegarle che proibire è controproducente: bisogna spiegare qual è il buon uso (ad esempio, limitato nell’ambito della giornata), quali i pericoli (furto di identità, pedofilia, ecc.) e come sfruttarne le potenzialità (ad esempio, programmandosi la propria app).

Se dovessimo proibire tutto ciò che può essere pericoloso, dovremmo proibire anche l’uso del coltello a tavola ai bambini! E la forchetta? E il bicchiere di vetro?

Mi domando: nella opinione della professoressa, quanto hanno inciso gli allarmi che legge quasi ogni settimana? Da buona nonna era fortemente preoccupata. La possiamo capire.

 

Domando al lettore: gli allarmi eccessivi, per qualità e quantità, non possono risuonare alle orecchie degli utilizzatori anche come il famoso “al lupo, al lupo!”?  Ossia, ritengono che loro non potranno mai entrare nella statistica dei colpiti (gli “sciocchi”) e finiscono per non adottare tutte le opportune contromisure?

In conclusione, quali sono i suggerimenti?

 

Innanzitutto, insegnare a tutti, bambini ed adulti come leggere le notizie ed interpretare il messaggio che dà il cronista. Ciò è valido in generale, ma può far parte del programma di sensibilizzazione al digitale. Mi risulta che in alcuni Istituti ciò già avviene, ma non in diretto collegamento alla cultura digitale.

Seconda cosa. Bisognerebbe evitare i titoli “drammatici”: richiamano l’attenzione, ma sono controproducenti.

 

I quotidiani ed i settimanali dovrebbero copiare dalla stampa specializzata che è molto più pacata e corretta. Infatti, la notizia viene riportata in modo chiaro, dettagliato a sufficienza per comprendere gli eventuali errori commessi, e corredata da suggerimenti pratici. In generale, il contenuto della notizia viene proposto in modo positivo.

Anche la cultura digitale esige rispetto. 

 

Anthony Cecil Wright

Presidente Anssaif (Associazione Nazionale Specialisti Sicurezza in Aziende di Intermediazione Finanziaria) 

 

Fonte: http://bit.ly/2dkRiYp

 

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