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Un'Italia più digitalizzata

ITALIAN DIGITAL REVOLUTION
03-06-2017

Ipotizza il ministero dell’Economia che Stato e imprese risparmieranno circa 4 miliardi l’anno

Innovare è la parola d’ordine. Ché piacerebbe a tutti un’Italia più digitalizzata. Non solo alle nuove generazioni. Principalmente per usufruire di migliori servizi offerti dalla pubblica amministrazione. E di qualcos’altro.

Progetto ambizioso, certo, ma non irrealizzabile. A dimostrarlo, il susseguirsi di rapporti e cifre. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’osservatorio National Interoperability Framework, elaborato dalla Commissione europea, soltanto un quarto degli italiani utilizza internet per interagire con la PA. Numeri incoraggianti invece per SPID, il Sistema pubblico per l’identità digitale, la piattaforma PagoPA, il punto di pagamento telematico per tutti coloro, cittadini e imprese, che devono effettuare versamenti alla pubblica amministrazione, e fatturazione elettronica.

Tutte iniziative in corso per una svolta epocale. Come, per parlare d’altro, il piano nazionale Industria 4.0.
L’Agenda digitale italiana per la PA ha fatto passi in avanti, dunque, se si pensa alla dotazione generale di SPID, che dal debutto nel marzo 2016 a oggi ha erogato oltre un milione di pin per l’accesso ai servizi pubblici grazie soprattutto al lancio della Carta del docente e del bonus da 500 euro per chi compie 18 anni. Recentemente hanno fatto il loro ingresso nel circuito i nuovi servizi del Comune di Roma e l’iscrizione alle prime classi delle scuole primarie e secondarie di primo e di secondo grado. E altri dovrebbero aggiungersi a breve.

Identico discorso vale per PagoPA. Gli ultimi dati dell’Agenzia per l’Italia digitale confermano il trend virtuoso: risultano iscritti al nodo dei pagamenti 15.292 enti, dei quali 10.758 attivi con almeno un servizio. A ciò si aggiunge che la platea di PA aderenti si dovrebbe allargare di altre 5mila unità nei prossimi mesi, ampliando il numero di persone che potrà scegliere di pagare comodamente online tasse, contravvenzioni, ticket sanitari e via dicendo.

Spazio così alle best practice che indicano l’evoluzione digitale in corso, come nel caso della fatturazione elettronica, caposaldo della strategia per la PA 2.0: il 30% delle nostre imprese italiane ormai utilizza la e-fattura nei confronti della PA, superando di gran lunga il dato medio dell’UE, attestatosi al 18%. Guardando all’avvio del canale all’universo B2B, che ha previsto riconoscimenti per imprese e professionisti, il quale metterà nuovo carburante nel motore.

Quando sarà tutto a regime, ipotizza il ministero dell’Economia, Stato e imprese risparmieranno circa 4 miliardi l’anno.
La strada sembra essere quella giusta, ma restano alcune ombre, legate anzitutto allo scarso accesso al web per usufruire dei servizi pubblici. Nel paragrafo e-government dell’osservatorio è scritto infatti che sotto il tricolore soltanto il 24% dei cittadini utilizza la rete per interagire con la pubblica amministrazione, con un aumento di appena 4 punti percentuali negli ultimi 9 anni, mentre la media dei 28 paesi UE è del 48%. Tuttavia la situazione non migliora con l’uso di internet per accedere alle informazioni delle PA (19% contro la media UE del 42%) o al download di moduli degli enti pubblici (16% a fronte del 29% dell’Unione).

A ciò si aggiungono le consuete inefficienze di una burocrazia ottusa e sempre più oppressiva, come conferma l’indagine annuale di FPA, la società che organizza annualmente il Forum della pubblica amministrazione, secondo cui per il 62% dei lavoratori pubblici è preferibile “non cambiare” per evitare rischi. Che dimostra, così come in altre questioni irrisolte, quanto occorra un’azione ben strutturata e con obiettivi precisi per scardinare un impianto obsoleto e poco funzionante.

Come affrontare quindi le criticità di sistema? La PA deve correre ancora tanto, e con lei tutto ciò che concerne la digitalizzazione, come evidenziato nella classifica del World Economic Forum, la quale calcola l’impatto della società dell’informazione sulla competitività. Graduatoria che colloca il nostro paese al 45esimo posto su un totale di 139. Per il Wef inoltre preoccupa la lentezza nel dare rilievo alle politiche in favore dell’ICT.

Ritardo che si quantifica in un 108esimo posto. Negli ultimi anni, si legge nello studio, si è ridotto sensibilmente il flusso di investimenti nel digitale, e quindi c’è la necessità di recuperare questo gap e anche la distanza con i principali paesi competitor. Siamo, insomma, una realtà caratterizzata da “scarsa capacità di penetrazione delle politiche di e-government” e per questo bisogna agire su tre fronti per “accelerare i programmi di digitalizzazione della amministrazione pubblica; ripensare alla radice progetti e meccanismi di acquisto di beni e servizi tecnologici; sostenere i progetti di investimento e di sviluppo delle imprese orientati all’introduzione di nuovi prodotti e processi integrando, laddove è possibile, anche gli investimenti pubblici in ricerca”.

In particolare, si evidenzia, sulla digitalizzazione della pubblica amministrazione “da un lato negli ultimi dieci anni sono stati introdotti sistemi e servizi in misura e capacità di penetrazione tali da porre il nostro paese ai primi posti nelle economie avanzate”, ma dall’altro “resta, in una partita che tra tecnologia e connettività vale circa 5 miliardi di euro all’anno di investimenti pubblici, una serie irrisolta di problemi strutturali”. Mancano così una “visione strategica di sistema, la robustezza dei processi di regolazione tecnica e lo sviluppo integrato delle piattaforme abilitanti”. Questi, sottolinea lo studio, “sono i tre cantieri i cui ritardi di lavoro si riflettono nel ritardo complessivo della competitività in materia di e-government”.

Carenze che si ripercuotono sui singoli settori dello Stato. Per via appunto degli scarsi investimenti in ricerca, conferma una ricerca di Anitec, l’associazione confindustriale dell’ICT e dell’elettronica di consumo, sottolineando che “la spesa nazionale in ricerca e sviluppo delle aziende del settore ICT rappresenta, con 2.120.266 di euro, oltre il 21% del totale degli investimenti intra-muros compiuti dalle imprese in tutti i settori”. E dei ritardi accumulati nel tempo come nel caso della giustizia, dove bisogna fare i conti con la persistente flemma nell’espletamento dei suoi compiti, tra cause civili pendenti per interi lustri e sentenze penali che arrivano con inammissibile ritardo. E dove, come sostiene il sottosegretario Federica Chiavaroli, necessita incentivare l’uso dei mezzi telematici. “Credo che il percorso compiuto in questo senso dal ministero della Giustizia con il processo civile telematico sia emblematico”, afferma.

“Inizialmente appariva una fatica insormontabile, tanto per le cancellerie quanto per i legali e gli utenti privati, dotarsi dei mezzi e delle competenze necessari ad affrontare l’innovazione. Con le giuste strategie e l’opportuno accompagnamento, però, alla fine ce la si è fatta. Ora credo che nessuno tornerebbe alle interminabili file degli sportelli, alla disorganizzazione dei fascicoli esclusivamente cartacei e ai problemi di archiviazione. In più si sono ottenuti progressivi effetti di decremento sulla durata dei processi”.

Altro rapporto, altra stoccata: il Digital Transformation Enablers, l’indice che indica la predisposizione del paese a recepire la trasformazione, colloca l’Italia al 16esimo posto per quanto riguarda lo sfruttamento delle potenzialità offerte dal digitale. Perché da queste parti, così come in realtà quali Cipro, Portogallo, Repubblica Ceca, Lituania, Slovacchia e Slovenia, nonostante una riconosciuta cultura imprenditoriale, si tende ad agevolare moderatamente tale cambiamento. A differenza di Francia, Spagna, Gran Bretagna, Malta, Austria e Irlanda, anche se fino ad ora si è fatto meglio di Bulgaria, Croazia, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Lettonia.

Ma c’è l’esigenza di colmare lacune in breve tempo in modo che, nel Vecchio Continente, il mercato unico digitale possa avviare il tanto agognato sviluppo il quale prevede un valore annuo, in termini economici, di 415 miliardi di euro. Da realizzare sì comparto per comparto, pensando però al rafforzamento dell’integrazione tra settori attraverso la valorizzazione della formazione e delle competenze scientifiche in ambito tecnologico.

“È chiaro – dice Carlo Mochi Sismondi, presidente di Forum PA che proprio quest’anno ha dedicato ampio spazio all’innovazione tecnologica – che bisogna essere propositivi e l’obiettivo da raggiungere è quello del benessere ecosostenibile dei cittadini, altrimenti la digitalizzazione, che deve costituire un elemento per vivere meglio, potrebbe non sortire i risultati auspicati”. 

Produrre quindi anche da un punto di vista legislativo, in quanto “nella PA – spiega il presidente della Commissione parlamentare per le Questioni regionali, Gianpiero D’Alia – dal ’93 in poi vi sono state tante riforme: alcune efficaci, altre rimaste sulla carta. Ma personalmente credo che la vera svolta sia legata al processo di digitalizzazione del procedimento amministrativo con un sistema di condivisione dei dati”.
“D’accordo – replica l’assessore alla Roma semplice, Flavia Marzano – ma il digitale e le nuove tecnologie devono essere anzitutto uno strumento per abilitare la partecipazione e la collaborazione tra amministrazione e cittadino. E questo passa dallo sviluppo delle competenze, obiettivo su cui l’amministrazione capitolina è al lavoro anche attraverso il progetto dei Punti Roma Facile”. 

Anche per Davide D’Amico, dirigente del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, “sarà determinante porre l’accento sull’esigenza di dotare la PA di personale competente e sugli scopi dell’articolata agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dettata dall’Onu”.
Perché, secondo il presidente di Formatemp (il Fondo per la formazione dei lavoratori temporanei), Francesco Verbaro, “una PA non digitalizzata rischia di morire. Ma necessita comunque comprendere bene cosa si debba fare”. 

Ma, chiarisce Arturo Siniscalchi, dirigente area produzione di Formez PA e vicepresidente dell’associazione Italian Digital Revolution che da tempo, attraverso incontri e dibattiti, analizza le problematiche connesse alla dematerializzazione e alla digital economy, il quadro normativo, il Codice dell’amministrazione digitale, l’avvento della banda larga e l’anagrafe unica, “la digitalizzazione è il volano indispensabile per la crescita e se siamo ancora in ritardo rispetto alla media europea significa che dobbiamo aumentare gli impegni per affrontare le sfide future e rendere il nostro paese un leader digitale.

Tutto ciò accrescendo la capacità di investire in formazione e identificando con chiarezza le proposte legislative da avanzare alle istituzioni”.
Affinché si possano realmente creare nuovi modelli organizzativi per la pubblica amministrazione.

Fabio Ranucci

Fonte: Conquiste del Lavoro

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La platea dei partecipanti
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I relatori e i partecipanti al convegno
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