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Social network, l'"illusione storica" che potrebbe cambiarci il cervello

12-11-2017
FACEBOOK

Sean Parker, fondatore di Napster e figura centrale per il lancio di Facebook, denuncia: “Solo Dio sa cosa combina ai nostri figli”. Qualche ragione per cui fatichiamo tanto sugli ambienti digitali.

“Facebook sfrutta la psicologia umana”. Non è l’ultimo ricercatore allarmista a scagliarsi contro la piattaforma di Mark Zuckerberg ma uno che su quel fronte ci ha scommesso, investito e che ne ha pure fatto parte. Niente meno che Sean Parker, fondatore di Napster e membro del team che ha dato vita al social blu. Ricoprendone anche la carica di primo presidente. Quando la piattaforma aveva appena cinque mesi.

Per capirci, è il Justin Timberlake del film The Social Network. Fu fondamentale, come ebbe a dire lo stesso Zuck, “per trasformare Facebook da un progetto di collegio in una vera società”. Insomma, ci siamo capiti: uno che ci credeva e che ha contribuito a mettere il progetto sui binari giusti. E a quanto pare ora non ci crede più. Anzi, ne ha timore.

Capita spesso che ex pezzi grossi di qualche big company, specialmente della tecnologia, volgano lo sguardo al passato di cui hanno fatto parte e, forse con più lucidità, sottolineino le strade arzigogolate e controverse imboccate dallo sviluppo di un prodotto o servizio. Ieri, a un evento Axios, Parker si è dichiarato una sorta di “obiettore di coscienza” sui social network, definendo l’intera impalcatura di Mi piace, commenti e condivisioni come un “loop di validazione sociale, in grado di sfruttare le falle della psicologia umana”. Ciononostante, ha spiegato, lui, Zuckerberg, Saverin e gli altri dei primi momenti “l’hanno fatto comunque”. Più chiaro di così.

Il fatto interessante, che si ricollega anche alle cronache ormai quotidiane dell’uso distorto della piattaforma e soprattutto dell’interpretazione e costruzione dell’identità degli utenti più giovani – e non solo – tocca bambini e adolescenti. “Solo Dio sa cosa stia facendo ai cervelli dei bambini” ha spiegato Parker. Unendosi così alla sempre più fitta schiera di detrattori che di fatto demonizzano questi ambienti digitali, sottolineandone le pessime conseguenze nella socialità quotidiana, nell’interpretazione dei rischi, nella considerazione della sfera della privacy.

I punti sono due. Primo: queste piattaforme producono un effetto di “illusione storica”. Sembrano cioè far parte della nostra vita da più tempo di quanto ne sia effettivamente trascorso dalla loro creazione e dalla nostra iscrizione. E come in ogni territorio nuovo e inesplorato occorre tempo per abituarsi alle dinamiche, conoscere le “regole” e saperle gestire con competenza, armonizzandole alla nostra vita reale. Il secondo aspetto, strettamente collegato, riguarda tuttavia il carattere mutevole e camaleontico di questi ambienti: il Facebook di dieci anni fa non è lo stesso di oggi. Ma neanche del Facebook di sei mesi fa.

Forse la difficoltà nella gestione della presenza sui social, in particolare da bambini e adolescenti che alla scoperta di quegli ambienti legano anche il proprio sviluppo cognitivo e comportamentale e banalmente ci crescono dentro, è legata proprio a questo continuo mutamento che di fatto richiede sempre più tempo. Come se si ripartisse da zero, senza mai approdare a una competenza a 360 gradi. Facebook, Instagram, Snapchat, WhatsApp, Musical.ly ci sfuggono cioè di mano e ci cambiano sotto gli occhi ogni settimana. Si aggiungono nuove feature, funzionalità sempre diverse, possibilità infinite di interazione e coinvolgimento così come nuovi strumenti creativi. Tutto questo qualche conseguenza al cervello e alle dinamiche di apprendimento, concentrazione, relazione dovrà pur comportarla.

Il fatto è che è ancora troppo presto per dirlo. Siamo ancora allo stadio dell’osservazione o poco oltre. Di studi ce ne sono molti ma di rado entrano in un’analisi cognitiva profonda. Ci parlano di dimensioni d’ansia, di privazione, di irritabilità, di isolamento, di amicizia, di politica, di bolle sociali. Conseguenze che in fondo (quasi) qualsiasi altro strumento o piattaforma potrebbe generare. Ci mancano ancora prove forti per capire davvero cosa i social network “stiano combinando ai cervelli” dei bambini. E ai nostri. 

Simone Cosimi

Fonte: http://bit.ly/2AxyLne

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