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Quali rischi corre il lavoratore che parla male della propria azienda sui social network?

Vittorio Longo
03-02-2017

I social network sono ormai diventati parte integrante della nostra vita e del nostro quotidiano, al punto che - a qualsiasi ora – vi è gente connessa e che vi scrive tutto quello che le passa per la testa. Si pensi ai milioni di utenti iscritti sui circuiti di interazione sociale quali Facebook, Twitter etc. Ma che rischi si corrono nel riportare con disattenzione o ironia messaggi, epiteti offensivi o attacchi che potrebbero ledere l’altrui reputazione e decoro? E se un lavoratore si lamentasse del datore di lavoro scrivendo ai propri colleghi su una chat, potrebbe essere licenziato o incorrere in sanzioni?

Proprio quest’ultima fattispecie – licenziamento disciplinare ritorsivo del lavoratore che sui social deride l’azienda - è stata oggetto di una recentissima pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, con sentenza n.2499 pubblicata il 31.1.2017, Presidente Nobile Vittorio, Relatore Spena Francesca.

A priori, bisogna fare un distinguo tra il riportare una dichiarazione su bacheche liberamente leggibili da tutti – si pensi alla propria bacheca Facebook o ad un “cinguettio” su Twitter - rispetto a scrivere su chat private, e quindi leggibili solo da chi ne fa parte. Nel caso esaminato dalla Suprema Regolatrice, il dipendente (assunto a tempo indeterminato) aveva offeso l’immagine dell’azienda pubblicando su una chat privata del social network Facebook - nella quale i lavoratori si scambiavano informazioni sull’incontro sindacale per il rinnovo del contratto integrativo - un’immagine che raffigurava un coperchio di vasellina ed il marchio dell’azienda (datrice di lavoro) con la scritta “G. vaselina

la trovi nei migliori outlet”, dopodiché il lavoratore era stato tempestivamente licenziato. Già in I° grado il Giudice del lavoro annullava il licenziamento deducendone la mancanza di proporzionalità e la sua natura ritorsiva.

Ma quando siamo di fronte ad un licenziamento ritorsivo? Esso si configura come una vera e propria vendetta nei confronti del dipendente ed è da considerarsi nullo quando il motivo ritorsivo alla base della cessazione del rapporto di lavoro è l’unico ad averne determinato la fine. In questo caso, infatti, il licenziamento costituisce un’ingiusta ed arbitraria reazione ad un comportamento legittimo tenuto dal lavoratore (scrivere su una chat). Sul lavoratore incombe l’onere della prova sulla natura ritorsiva dell’atto. Questi, infatti, deve chiaramente indicare degli elementi idonei ad individuare l’effettiva sussistenza di un rapporto di causalità tra il fatto e il licenziamento. Il licenziamento ritorsivo ricade nella disciplina dell’art.1345 c.c. sicché bisognerà accertare la ritorsione (motivo illecito) e l’assenza di altre ragioni lecite determinanti (esclusività del motivo).

Il caso in esame è riconducibile all’ipotesi di insussistenza del fatto disciplinare, ex art.18, co.4, L.300/1970, per essere stato esercitato il diritto di critica e di satira, forma di comunicazione rientrante nel diritto di manifestare il proprio pensiero riconosciuto dalla nostra Costituzione all’art.21.

In tale fattispecie, è assente un motivo legittimo di licenziamento per la banalità del fatto contestato: in primis, perché ogni giorno i mass media diffondono delle immagini satiriche simili; in secundis, perché il disegno era stato pubblicato su una chat composta dai dieci colleghi del lavoratore, e quindi la diffusione della vignetta si limitava a loro dieci. La visione esterna della vignetta era assolutamente eventuale in quanto legata ai colleghi presenti in chat che avrebbero potuto condividerne il contenuto inviandolo a terzi. Ma, dalle risultanze processuali, non risulta che la vignetta abbia avuto visione ulteriore data l’assenza di prove riguardo la sua divulgazione all’esterno dell’ambiente di lavoro che poteva potenzialmente ledere il marchio dell’azienda influenzando negativamente gli acquirenti.

Chiarita, quindi, la differenza tra scrivere pubblicamente rispetto una chat privata e che ogni lavoratore è portatore di un diritto di critica da rivolgere alle scelte organizzative del datore di lavoro,occorre precisare che, tuttavia, non si può pubblicamente e gratuitamente ledere il decoro dell’azienda. Offendere gravemente l’immagine dell’azienda su una chat pubblica o con messaggi privati successivamente condivisi nella rete – e quindi resi leggibili da tutti- porta ad esiti giuridici differenti, punibili in sede penale se inquadrabili nella diffamazione ex art. 595 c.p. perché lesivi dell'integrità morale della persona. Il nostro ordinamento tutela, infatti, il bene giuridico dato dalla reputazione dell'uomo, dalla stima diffusa nell'ambiente sociale, dall'opinione che gli altri hanno del suo onore e decoro.

In più, ogni lavoratore è tenuto a rispettare gli obblighi di correttezza, buona fede e civiltà che devono presiedere il contratto di lavoro stesso.
Conseguentemente la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della datrice di lavoro, condannandola al pagamento delle spese di lite.


Dr. Vittorio Longo

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