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Perché in Italia Internet non prende il volo?

COVINO
06-03-2017

Il ruolo dello sviluppo digitale per la Società della Conoscenza

Il 30 aprile 2016 a Pisa, al Centro di calcolo elettronico Cnuce, avviene il primo collegamento italiano alla rete Arpanet che, negli Stati Uniti, collega i computer dei centri universitari e di ricerca.
Nasce Internet in Italia e fummo il Quarto Paese europeo a connettersi a Internet, nell’ordine dopo Norvegia, Regno Unito e Germania.

Oggi, secondo le statistiche DESI (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea siamo fra i paesi meno digitali dell’Europa.

E’ una classifica che annualmente racconta lo stato di digitalizzazione dei Paesi dell'Unione europea. Sin dal 2014. Essa riguarda Internet, il digitale, le nuove tecnologie. Dentro c'è una fotografia delle nazioni dell'Europa a 28. E dell'Italia. Dei suoi cittadini, delle loro abitudini, della loro capacità di abbracciare il cambiamento. Ci racconta della sua economia. Come innova, quanto. Ci racconta chi guarda al futuro, e chi continua ad averne paura. 

La classifica è data dall'Indice Desi (Digital Economic and Society Index). E l'Italia nel 2016 è rimasta al 25esimo posto. Stessa posizione dello scorso anno. E sempre fanalino di coda, davanti solo alla Grecia, alla Romania e alla Bulgaria. E' rimasta lì nonostante siano stati registrati buoni cambiamenti sulle infrastrutture, nella pubblica amministrazione, in alcune fasi della produzione di beni e servizi, un po' più digitali. Cambiamenti che non bastano a colmare la distanza con gli altri Paesi. Che corrono, come corre l'Italia, ma di più. 

Questi sono i dati fondamentali tratti da Desi:
1. Connettività
L'Italia ha compiuto progressi significativi grazie soprattutto al forte aumento della copertura delle reti a fibra ottica (23° posto dal 27° di un anno fa). Ma la diffusione della banda larga fissa è ancora bassa (25° posto), nonostante i prezzi siano diminuiti (rank 9, tra i più competitivi in Europa). E' il primo parametro dove emerge chiaramente il problema principale dell'Italia oggi. Il gap culturale. Anche se le infrastrutture tecnologiche migliorano, sono poco usate.

2. Capitale umano
Se nel primo indicatore il problema del gap culturale era accennato, qui emerge in tutta la sua potenza. Gli utenti di internet in Italia aumentano, è vero, ma sono tra gli ultimi in Europa per competenze digitali. Anzi, da questo punto di vista siamo peggiorati (da 24° a 25°). Perché negli altri Paesi le competenze digitali stanno diventando più radicate che da noi.

3. Uso di Internet 
Qui le cose, se possibile, peggiorano. Siamo penultimi, e senza appello. Le attività online effettuate dagli internauti italiani sono di molto inferiori alla media dell'UE. L'Italia si colloca al 27° posto. Male nella fruizione delle notizie online (gli italiani leggono poco), male nell'utilizzo dell'home banking (i servizi online delle banche), male per gli acquisti online. Bene solo i social network, ma comunque al di sotto della media Europea.

4. Integrazione delle tecnologie digitali
Forse il migliore punteggio in assoluto per l'Italia. Riguarda la digitalizzazione delle imprese e il Paese sta colmando le differenze con l'Europa in questo settore più che in altri. E con ottimi risultati. Le imprese che utilizzano la fatturazione elettronica sono il 30%, percentuale di molto superiore alla media dell'UE (18%).

5. Servizi Pubblici digitali
Inseriamo in questo indice il successo maggiore di questa classifica. L'utilizzo della fatturazione elettronica. Perché muove proprio da una scelta, quella dell'Agenzia per l'Italia Digitale, di usarlo come unico mezzo di fatturazione per le aziende che lavorano con la Pubblica amministrazione. In realtà però in questo indice  l'Italia registra buoni risultati per quanto riguarda l'erogazione online dei servizi pubblici (completamento di servizi online) e i dati aperti (open data).

Ma quali possono essere le motivazioni più recondite di questo nostro ritardo dopo un’ottima partenza nei primi anni di Internet?
Nei miei studi accademici a partire degli anni ‘ 90 del secolo scorso , via via passando dal 2000 fino ai giorni d’oggi, le spiegazioni addotte che risaltavano dalle indagini era le più variegate .

Si diceva che lo sviluppo di Internet era maggiore in quei Paesi dove - anche per motivi climatici - era più facile incontrarsi nell’agorà telematica che in qualche piazza cittadina , figlia di un modo tutto italiano di vivere lo spazio urbano per parlare , conoscersi, creare i presupposti di una comunità vissuta attraverso lo scambio di opinioni ed anche il simpatico chiacchiericcio...

Ma non può essere tutto così banale se non esiste un impegno coerente del Sistema-Paese che tenda a valorizzare maggiormente un utile strumento di confronto democratico che serve soprattutto a desacralizzare il rapporto tra “Sapiente” e “Ignorante”, che ha rotto il tabu della Conoscenza Esclusiva.
Quante a volte gli studenti mi hanno detto – divertiti – che avevano messo in difficoltà il loro medico di fiducia documentandosi sulle patologie attraverso la Rete e presentandosi alle visite sapendone di più ( seppure logicamente solo in teoria).

Il problema centrale a parere del sottoscritto era ed è proprio questo; questa approccio laico alla Conoscenza continua a disturbare troppe persone obbligandole a smuoversi dalle loro convinzioni di “Competenza Esclusiva”.
Ed in Paese come il nostro ciò appare come una bestemmia verso un Sistema basato sulla Conoscenza e sulle “Conoscenze…”
Ed è la stessa paura di questo sviluppo che appare nella indagine Desi.

Ma quanto è importante così essere aperti al rapido sviluppo delle nuove tecnologie che negli ultimi tre decenni ha stimolato un grande interesse verso la Conoscenza (Knowledge)? Quanto pesano suoi potenziali impatti sulla efficienza ed efficacia nell’innovazione di ogni tipo di processo, a partire da quello gestionale e manageriale?

Certamente molto. La ricerca scientifica e tecnologica e la stessa evoluzione della società, con un alto grado di scolarizzazione, spingono verso questa direzione.
Dal punto di vista teorico due sono le principali filosofie interpretative del fenomeno: una di orientamento generale (progetto Xanadu -T.H. Nelson) e una di orientamento organizzativo (Knowledge Management - Davenport e Scuola Giapponese).

Due scuole di pensiero sicuramente importanti che segnano le vie maestre per interpretare un più attivo ruolo gestionale.
Su questi presupposti teorici bisogna poi inserire il concetto di “Capitale Sociale”, inteso come l'insieme delle relazioni interpersonali informali, essenziali per il funzionamento di società complesse ed altamente organizzate come le nostre.

A questo punto la scelta appare obbligata: è più importante saper intraprendere le strade della Società della Conoscenza, utilizzando il valore aggiunto dei nuovi sistemi di diffusione, a partire dallo sviluppo della Rete, oppure basare tutto sulle nostre capacità relazionali?

In sostanza bisogna saper applicare il concetto di Empowerment, inteso come accrescere la possibilità dei singoli e dei gruppi di controllare attivamente la propria vita, con il rafforzamento delle conoscenze professionali e con il miglioramento del nostro ruolo all’interno dell’Organizzazione Complesse nelle quali operiamo.

E quale miglior medicina per dare più Empowerment al nostro futuro civico e professionale, per implementare la Conoscenza se non favorire un maggior radicamento e sviluppo della nostra Società Digitale ?
Ed anche per questo è la nata l’Associazione Italiana Digital Revolution.

MAURO COVINO, Dipendente Formez , studioso e docente di Comunicazione presso le Università di Roma “La Sapienza”, Luiss. Lumsa e Bari
Fonti:http://bit.ly/2mW11sK     http://bit.ly/2mYrdUC

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