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"Nell'era del multi-cloud la strategia di Ibm punta a integrare le tecnologie"

10-05-2018
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Parla Alessandro La Volpe, vice president cloud in Italia di Big Blu, che vara un approccio innovativo per accompagnare la trasformazione digitale delle aziende. E gli analisti gli stanno dando ragione

«La democratizzazione della tecnologia mette a disposizione delle aziende opzioni diverse ma non si tratta di scegliere necessariamente tra on premise, cloud pubblico o nuvola privata. Siamo ormai nell’era del multi-cloud e la sfida è integrare le tecnologie senza rinunciare alle esigenze aziendali, siano esse di aumento della produttività, di salvaguardia degli investimenti passati o di compliance. Solo così le aziende potranno ottenere il meglio dall’Internet of Things, dall’intelligenza artificiale, dalla blockchain e dalle altre innovazioni del futuro. A patto di non dimenticarsi delle competenze digitali, senza le quali non ci può essere salto di qualità». È un panorama ricco di sfide, ostacoli e opportunità quello osservato e descritto da Alessandro La Volpe, vice president Ibm Cloud per l’Italia, che configura una nuova era del cloud dopo anni di maturazione tecnologica. Dalla tutela dei dati coinvolti nei processi di trasformazione digitale alla predisposizione hi-tech dei sistemi ibridi, sono diversi i fronti che secondo il manager andranno tenuti in considerazione.

Le aziende sembrano comunque aver fugato gli ultimi dubbi sui vantaggi offerti da una tecnologia ormai matura. E Ibm ne sa qualcosa visto che per il colosso la nuvola non rappresenta un segmento di business qualsiasi: nel 2017 il cloud ha garantito a Big Blue ricavi per 17 miliardi di dollari (+24% rispetto al 2016), il 21% del fatturato di gruppo. Questa dinamicità è riscontrabile anche nel mercato cloud italiano che, stima il Polimi, vale circa due miliardi di euro. Ed è proprio nel nostro Paese che Ibm è decisa a fare la voce grossa, convinta che la proposizione ibrida si sposi al meglio con le esigenze digitali delle imprese italiane.

«Le aziende hanno il vantaggio di poter ottenere il meglio dalle varie opzioni, senza architettare sistemi differenti ma facendoli dialogare. Il cloud non vive più di logiche di campo perché sono le strategie a orientare gli investimenti verso il meglio a disposizione — spiega La Volpe — Quindi non c’è una soluzione magica per tutti. Ecco perché crediamo che un’architettura unica, basata su un’integrazione che non ammette discontinuità, garantisca tutti i vantaggi offerti dai vari cloud».

L’approccio multi-cloud è dunque la carta che Ibm intende giocarsi per accompagnare la trasformazione digitale delle aziende. E gli analisti le stanno dando ragione: secondo le stime di Idc, l’85% delle imprese adotterà architetture multi-cloud entro la fine dell’anno.

Non mancano però alcuni limiti, soprattutto quelli culturali di avvicinamento alla tecnologia. Riserve che, secondo il vice president di Ibm Italia, sono giustificate ma superabili: «Non c’è ancora una consapevolezza a tutto campo. Le aziende ci chiedono come districarsi ed è normale perché non c’è una soluzione che vada bene per tutti e ci sono tanti aspetti da non trascurare, dalle esigenze in materia di compliance alla salvaguardia degli investimenti passati».

Il rischio è che a causa dell’immobilismo il valore dei dati non sfruttati che le aziende hanno in pancia resti potenziale. Realtà come American Airlines, l’Esercito Usa, Lloyds Banking Group e il Credito Valtellinese, tanto per restare nel portafoglio clienti cloud di Ibm, lo hanno capito. Altre ancora no. Ed è questa forbice che secondo Ibm non deve allargarsi: «Il patrimonio di dati è l’arma con cui le aziende competeranno nei prossimi anni, ma c’è bisogno di sicurezza, efficienza e scalabilità. Non si tratta di cedere i dati, almeno non secondo noi che su questo abbiamo una posizione netta: i dati sono e rimangono di proprietà dei nostri clienti. Si tratta piuttosto — sottolinea La Volpe — di applicare i sistemi innovativi per aumentare l’efficacia e l’efficienza».

Strettamente connessa alla partita dei dati è poi la partita della sicurezza informatica. Forse una delle più delicate visto che il cybercrime si sta evolvendo a passo di carica. «Se la cybersecurity è una sfida continua, l’architettura deve essere sicura già in partenza, capace di proteggere i dati senza limitare l’integrazione con le nuove tecnologie. Il multi-cloud va esattamente in questa direzione». C’è però in questo contesto, aggiunge il manager di Ibm, un aspetto fin troppo sottovalutato: la formazione delle competenze digitali.

La maturazione tecnologica, il cloud omnicomprensivo, i costi bassi e le regole certe non potranno granché senza il capitale umano: «Lo sviluppo delle competenze non sta seguendo lo stesso ritmo del contesto, dobbiamo accelerare. Un aiuto arriverà dalla diffusione delle tecnologie: quando l’intelligenza artificiale, la blockchain e le altre tecnologie supporteranno le singole professioni evolveranno anche le competenze. Dobbiamo però favorire questo passaggio che significa aprirsi all’open innovation. Ad esempio, noi abbiamo aperto in modalità cloud la tecnologia Watson e il quantum computing perché — conclude La Volpe con un messaggio “fordiano” — siamo convinti che solo una tecnologia fruibile da tutti possa essere davvero utile».

Andrea Frollà

Fonte: https://bit.ly/2IshaVb


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