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Lo Stato difenda la sovranità nazionale proteggendo i dati dei cittadini

Privacy
14-06-2017

La scorsa settimana la Relazione al Parlamento di Antonello Soro, Garante per la protezione dei dati personali, ha riacceso il faro sul tema allarmante della protezione dei dati personali, un tema sul quale scontiamo una lacunosa disattenzione da parte della classe dirigente del Paese e una insufficiente consapevolezza da parte di molti cittadini, che nel caso dei giovani si trasforma in una disarmante noncuranza del valore dei propri dati.

I dati vengono oggi indicati come il petrolio della nostra era. Sono il combustibile dei Big Data, attraverso la cui lettura analitica si ricostruisce tutto o quasi su abitudini, tendenze, preferenze di ciascuno di noi. Si saldano alle applicazioni di intelligenza artificiale e alle nuove realtà delle macchine che apprendono in base ai comportamenti di ciascuno di noi. Naturalmente ci sono tanti modi per accaparrarsi i dati delle persone.

C'è chi li chiede approfittando della ingenua noncuranza dei diretti interessati (come accade nel caso dei social network) e c'è chi li ruba, sfondando i sistemi di protezione con sofisticate soluzioni di pirateria informatica. Oggi i dati sono la preda più ambita dai giganti del web.

Amazon, Facebook, Google, Apple, Microsoft, IBM e tante altre società, si nutrono esclusivamente di dati, dei nostri dati, e sul loro valore costruiscono non solo immense ricchezze, ma anche un patrimonio di conoscenze sulle nostre persone che sarà usato secondo modalità che noi non siamo in condizione di controllare.

Le grandi Corporation del Web pesano ormai quanto o più degli Stati, entrano nella sfera privata di ciascuno di noi per impossessarsi di tutti i nostri dati, possedendo in tal modo le nostre persone. E tutto ciò quasi sempre a nostra insaputa.

Queste società violano costantemente "i confini" della nostra persona, considerandoci semplici individui da conquistare e su cui realizzare i propri disegni, senza mai considerarci come componenti di una comunità nazionale che ha le sue leggi e la sua inviolabilità.

Ma i dati dei cittadini sono i dati di una nazione e la loro conquista equivale ad un vero e proprio atto di guerra. Ecco perché sui dati si gioca una partita di sovranità, di identità di un popolo. I dati dei cittadini vanno, per questa ragione, considerati come un asset patrimoniale della nazione, come uno spazio inviolabile legato indissolubilmente alla sovranità nazionale del Paese.

La difesa di questo asset patrimoniale è affidata al ruolo ed alle funzioni del Garante. Per assicurarsi che tale ruolo e tali funzioni vengano effettuate con efficienza, occorrono competenze di alta qualità, risorse, personale. E gli uffici del nostro Garante della protezione dei dati personali hanno le competenze e la vision adeguati.

L'Italia ha appena celebrato i 20 anni di attività del Garante e si colloca ai vertici europei per capacità elaborativa e per spinta propulsiva dell'intero sistema di settore. Ma c'è qualcosa che non torna. Non tornano i numeri, perché danno un quadro sin troppo asimmetrico tra la consistenza enorme dei compiti da affrontare e gli strumenti a disposizione.

L'autorità Garante della Protezione dei Dati Personali ha un organico previsto di 137 unità, che attualmente è pero coperto da appena 113 unità, un organico minore a quello di tutte le altre Autorità regolatorie nazionali che, va precisato, non hanno eccessi di personale, anzi.

Il vero problema è la scarsezza di risorse in relazione ai compiti che la protezione dei dati personali di 60 milioni di italiani comporta e la necessità improrogabile è quella di dare al Garante una consistenza di risorse pari a quella di altre autorità regolatorie del Paese.

E se a porre il quesito fossero alcune centinaia o migliaia di Comuni nella stessa settimana? Chi potrebbe rispondere nei tempi dovuti ad una tale molteplicità di richieste? Per non parlare poi delle norme sul cyberbullismo che stabiliscono l'intervento del Garante entro 48 ore in caso l'interessato non abbia ricevuto risposta o non sia possibile identificare il gestore del sito o del social network.Un dato sconcertante su tutti: si pensi solo alle richieste in materia di trasparenza e di accesso civico generalizzato riguardo alle quali ciascuna amministrazione italiana può chiedere un parere al Garante il quale ha per norma l'obbligo di rispondere in 10 giorni.

Vien voglia di chiedersi se il nostro legislatore abbia l'abitudine di ricorrere alle analisi di impatto nel definire i termini di questa o quella disposizione normativa. Le nostre perplessità sono poi confermate anche dal confronto tra le risorse del Garante italiano e quelle dei Garanti dei principali Paesi europei.

Nei 5 Big Five europei si va dai 593 dipendenti del Garante tedesco ai soliti 113 dipendenti del Garante italiano. Ma va segnalata anche l'iniziativa del Garante britannico che, pur disponendo di circa 500 dipendenti, ha chiesto a gran voce altri 200 dipendenti per far fronte alla mole di lavoro derivante dall'applicazione del Regolamento Europeo del prossimo 25 maggio 2018.

Oggi, come è noto, la missione principale del Garante della Protezione dei dati personali è quella di preparare la transizione all'entrata in vigore del nuovo Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali.E allora cosa fare?
Come?

Accompagnando organismi pubblici (PA centrale e locale) e imprese a conformarsi alle nuove regole e invitando i cittadini ad avere maggior consapevolezza del valore dei propri dati. Rispettare le nuove norme non richiederà solo adempimenti noiosi e dispendiosi per PA e imprese.

I dati personali sono una risorsa immensa e il loro uso trasparente può conferire efficienza alla macchina della Pubblica Amministrazione e correttezza all'azione commerciale delle imprese, che potranno anche esser certe di non patire lo svantaggio competitivo rispetto a quelle aziende multinazionali potenti e sin troppo intraprendenti che hanno sino ad ora usato i nostri dati in modo talvolta scorretto.

Ma la difesa dei dati personali non è la lotta impari di una singola Autorità di settore contro il resto del mondo. Né è la resistenza solitaria del bravo cittadino consapevole, ma costretto a contrapporsi in solitudine ai giganti del Web.

Al contrario la difesa dei dati personali è e deve essere un compito dello Stato. E lo Stato deve difendere i dati dei propri cittadini allo stesso modo in cui difende i confini nazionali o le proprietà pubbliche. Lo Stato deve farsi carico di questo ruolo, perché gli compete in via naturale. E le nostre classi dirigenti devono essere meno distratte sul ruolo, peso e sfruttamento altrui dei dati dei cittadini.

La posta in gioco non è la rispettabilità del Paese, ma la sua sovranità. Perché la violazione dei dati personali dei cittadini è una appropriazione indebita che suona allo stesso modo di una dichiarazione di guerra, dal momento che l'obiettivo è lo stesso: il controllo delle persone e dei territori.

Il governo e il Parlamento si facciano carico di tale esigenza strategica, prima che i buoi siano definitivamente "scappati". Perché a quel punto non ci sarà più neanche la nostra sovranità nazionale. 

Raffaele Barberio Presidente di Privacy Italia Fonte: http://bit.ly/2s9Qmyz

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