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La scuola nell'era digitale. Una ricerca sociologica sulle competenze dei docenti realizzata dalla Link Campus University

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21-05-2018

di Fabio Ranucci

La sfida più dura? Eccola: far arrivare nel modo giusto il digitale sui banchi. A docenti e discenti. Un po’ come dire: il futuro è qui, a portata di mano e soprattutto di click. Ma attenzione, perché è importante valutarne a fondo modalità di approccio ed eventuali criticità. Lo sa bene chi insegna che a sua volta, laddove decide di impegnarsi, diventa studente adulto.
Altro che nativi digitali. Internet, computer, tablet, ebook e quanto altro occorre per dotare le scuole degli strumenti più innovativi non sembrano però aver invaso gli istituti italiani, di primo o secondo grado che siano, relegandoli a un ruolo ancora marginale nell’ambito dello sviluppo delle nuove tecnologie.

A dimostrare che il percorso digitale intrapreso potrebbe portare a dei risultati positivi, ma è ancora lungo e irto di ostacoli, c’è la ricerca sociologica sperimentale realizzata all’interno della Link Campus University di Roma da Stefania Capogna, docente di sociologia della comunicazione; Licia Cianfriglia, vicepresidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp) e Antonio Cocozza, presidente del corso di laurea in Formazione e sviluppo delle risorse umane presso il dipartimento di Scienze della formazione dell’Università Roma Tre.

Il libro testimonia quanto il problema sia serio, visto che qualcuno fa la sua parte mentre altri no. “Il nostro obiettivo – afferma Stefania Capogna – era quello di dare voce agli insegnanti, imparando a raccontarci. Con l’intento di costruire un tavolo permanente di riflessione in una logica di accompagnamento per migliorare il complesso sistema scolastico. Convinti come siamo che nessuna evoluzione può avere luogo senza una scuola forte ed efficiente”.
Il volume si divide in due parti: una prima che tratta di “resistenze e cambiamento”, di direttrici, Ict, digital skill e social network. E una seconda che esamina i percorsi di innovazione.
Pensieri critici. Dettati soprattutto dalla voglia di rinnovamento che anima le scolaresche. “L’innovazione è il fattore cruciale che attraversa tutti i processi formativi – sostiene Claudio Roveda, rettore della Link Campus –. Ma resta l’esigenza di dare la consapevolezza che le tecnologie sono uno strumento e non la soluzione dei problemi”.
Il rapporto tra scuola e digitale è racchiuso in questo testo. Pura attualità, spartiacque tra oggi e domani. “Siamo partiti a gennaio del 2016 – sottolinea Licia Cianfriglia – e questo lavoro è soltanto il tassello zero di un qualcosa destinato a cambiare il mondo della scuola”. Per più motivi.

“Certo – asserisce Ida Cortoni, referente dell’Osservatorio Mediamonitor Minori della Sapienza Università di Roma –, queste pagine rappresentano il primo monitoraggio dello stato dell’arte. È un’opera complessa, ricca di contributi sulle competenze digitali degli insegnanti ma in realtà si descrive un quadro ben più ampio, un cambiamento profondo, tra governance e leadership scolastica. E che mette in evidenza tre questioni: etica, valoriale e culturale. E il primo traguardo che viene fuori è quello della sfida culturale più che funzionale. Senza trascurare il fatto che sono state investite molte risorse per la modernizzazione delle scuole”.
Già, a che punto sono i lavori? La scuola, come tanti altri settori, “non fa eccezione – sostiene nella prefazione Giorgio Rembado, presidente di Fp-Cida, la Federazione nazionale dei dirigenti e delle alte professionalità della Funzione pubblica –. Con un’aggravante, che è fondata sull’incontro al proprio interno di generazioni diverse e perciò caratterizzate da impostazioni culturali differenti, tanto più quando la realtà le pone di fronte ad una accelerazione delle conoscenze in primo luogo nell’utilizzo delle competenze nel campo delle tecnologie”.

Del resto, “nella scuola primaria – si legge nel libro – prevale il cluster identificato nel primato della tecnologia (50,2%), mentre nella scuola secondaria di secondo grado la percentuale maggiore degli insegnanti si inserisce nel cluster che si riconosce nel primato del docente (44,7%). Tra coloro che appartengono al cluster che si riconosce nel ruolo di professionista riflessivo il 46,9% proviene dalla scuola secondaria di secondo grado, il 24,3% dalla scuola secondaria di primo grado , il 24,3% dalla scuola primaria e il 4,5% dalla scuola dell’infanzia, che rappresentavano comunque una quota residuale del campione. Nelle regioni del Sud e delle Isole prevale il primato della tecnologia (60%). Lo stesso si può dire per tre regioni obiettivo convergenza (Campania 60,8%, Puglia 68,2% e Sicilia 66,7%), confermando l’impatto delle politiche che hanno promosso il processo di digitalizzazione attraverso risorse stanziate a livello europeo con la Programmazione operativa nazionale (PON istruzione) 2007-2013. Un dato questo che se da una parte dimostra l’attenzione e la sensibilità dei docenti verso l’incorporazione delle Ict nella didattica, d’altra parte sottolinea l’eccessiva fiducia verso le tecnologie e una bassa percezione critica relativamente alle più ampie ricadute che le stesse possono avere sui ragazzi e i loro percorsi di sviluppo personale e sociale”.
La ricerca è ricca di spunti interessanti ma il problema, spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, “è quello di riuscire a gestire la pluralità di fonti informative anche nell’età scolare. La scuola infatti è un posto in cui non si fa solo istruzione, ma rappresenta il luogo dove i nostri figli crescono e diventano se stessi e l’introduzione del digitale dimostra come non sia più importante soltanto sapere scrivere”.
Secondo Davide D’Amico, dirigente del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, “il tema è molto delicato e questo rapporto crea degli stimoli affinché si possa migliorare sempre di più. Adesso sembra prevalere una logica di digitalizzazione dell’esistente, mentre dovremmo pensare anzitutto al futuro, ai prossimi cinque-dieci anni. Ciò in quanto ci portiamo dietro una cultura complessa che necessita di un ricambio generazionale. Il problema della formazione in generale è dell’intero Paese. Abbiamo creato degli strumenti, l’investimento è stato fatto ma la questione è anche qualitativa, di preparazione all’insegnamento. E il docente deve sentirsi parte di un sistema, avere dei punti di riferimento, essere accompagnato e stimolato”.

Tuttavia, se è pur vero che sussistono delle incertezze sulla governance complessiva e che l’Italia è terz’ultima in Europa sul tema della digitalizzazione, “abbiamo fatto notevoli passi in avanti – afferma Mauro Nicastri dell’Agenzia per l’Italia Digitale e presidente dell’associazione Italian Digital Revolution –. Ma è vero anche che siamo i primi nel vecchio continente ad aver recepito delle norme e ad aver preparato le linee guida proposte dall’Agid. Gli enti pubblici centrali posseggono i fondi, mentre l’Agid ha il compito di emanare i regolamenti affinché gli interessati possano realizzare determinati progetti. Personalmente, sono convinto che il vero problema degli insegnanti è quello riguardante la formazione degli amministrativi nelle scuole, di coloro che hanno compiti organizzativi e devono colmare una parte di attività che i docenti non dovrebbero svolgere”.
Potrebbe essere una soluzione cambiare il paradigma di riferimento? Ne è convinto Antonio Cocozza: “Solo con un approccio sistemico è possibile rispondere alla sfida della digitalizzazione. Bisogna parlare di mutamento dal punta di vista qualitativo e porsi dei precisi obiettivi didattici, attraverso progetti mirati e segmentati, con un apprendimento progressivo e graduale, immaginando così l’Italia del futuro, fornendo competenze tecniche ma soprattutto sistemiche. E il ruolo fondamentale è quello del dirigente scolastico che deve essere in grado di disegnare nuovi processi organizzativi e offrire una visione strategica della governance”.
Educare, dunque. Formare. Gestire. Basterà? “È un mondo che si muove rapidamente – dice Daniele Grassucci, responsabile del sito skuola.net – e oggi non governare il processo di digitalizzazione significa condannare gli studenti all’analfabetismo”.

Basti pensare che “il primo Pinocchio – scrive nella postfazione Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia – era la figura dell’uomo frantumato della cultura meccanista del fordismo, lo Chaplin di Modern Times, tornato macchina dalla catena di montaggio. Il desiderio più grande del piccolo burattino era di tornare umano. Implicitamente, un problema di educazione. Il nuovo Pinocchio può essere Avatar, o A.I. o Nemo in tanti film, nuovi miti dei tempi post-moderni, che propongono le nuove immagini dell’uomo sotto l’influenza del digitale”.
Ben sapendo che, nonostante l’integrazione tra scuola e universo digitale avrà tempi lunghi, sarà necessaria e inevitabile per stare al passo con i tempi.

Stefania Capogna, Antonio Cocozza e Licia Cianfriglia (a cura di), Le sfide della scuola nell’era digitale, Eurilink University Press, pp. 376, euro 16

Fonte: via Po cultura – Conquiste del Lavoro del 19 maggio 2018
 

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