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Imprese e lavoro 4.0, Calenda 'Servono 400 milioni aggiuntivi all'anno per le competenze'

12-01-2018
lavoro

Lo stop agli stimoli della Banca centrale europea, la minor flessibilità attesa dell’Eurozona, la restrizione di alcuni parametri finanziari, sono tutti fattori che incideranno notevolmente sulle economie degli Stati dell’Unione in questo 2018, a partire dal lavoro e dalle imprese. 

Per il 2019, il Documento di Economia e Finanza prevede un rapporto deficit/Pil allo 0,9%. Eventuali margini di flessibilità si potranno negoziare solo a fronte di un convincente “piano industriale per il Paese” focalizzato su crescita e investimenti, scrivono stamattina sul Sole 24 ore il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e il segretario della Fim-Cisl, Marco Bentivogli.

Nell’articolo scritto a quattro mani si riflette sulla situazione del Paese, si fa il punto su quanto fatto per innovare, crescere e creare lavoro e soprattutto sulle sfide che ci attendono già a partire da quest’anno. Si è in campagna elettorale, scrivono, c’è il rischio elevato di alimentare una diffusa mancanza di consapevolezza rispetto alle criticità del panorama internazionale e nazionale: “Se l’Italia non saprà essere all’altezza andremo incontro a un secondo shock sistemico come quello vissuto nella prima fase della globalizzazione”.

Soffermandosi in particolare sui temi impresa e lavoro 4.0, gli autori dell’articolo evidenziano alcuni punti salienti del Piano lanciato dal Ministero dello Sviluppo sull’Industria e le Imprese 4.0. “Il Piano nazionale Impresa 4.0 ha riportato la politica industriale al centro dell’agenda del Paese dopo vent’anni con una dotazione di risorse adeguate: circa 20 miliardi di euro nella legge di bilancio 2017 cui si aggiungono 10 miliardi di euro dell’ultima legge di bilancio”, sottolineano dalle pagine del Sole 24 Ore.

Un dato che secondo Calenda e Bentivogli è confermato dalla ripresa degli investimenti delle imprese e dalla crescita degli ordinativi interni nel corso del 2017.

Il problema è che quanto fatto finora non basta, ovviamente, e anzi, ci si deve muovere in più direzioni. Suggeriscono, ad esempio, di rifinanziare per il 2019 il Fondo Centrale di Garanzia per 2 miliardi di euro, “in modo da garantire circa 50 miliardi di crediti finalizzati agli investimenti delle PMI”. Occorrerà inoltre “sostenere l’investimento privato per l’acquisizione e lo sviluppo di competenze 4.0”. In concreto: “dovranno essere stanziati 400 milioni di euro aggiuntivi all’anno da destinare agli Istituti Tecnici Superiori”.
Le competenze 4.0 sono strategiche per una crescita duratura dell’intero sistema Paese e l’obiettivo suggerito è “almeno” 100.000 studenti iscritti entro il 2020. Attualmente in Italia gli studenti degli ITS sono circa 9000, contro i quasi 800mila della Germania.

Altro capito importante sono i competence center, che dovranno essere rafforzati al fine di “costruire una vera rete nazionale, per lo sviluppo e il trasferimento di competenze digitali e ad alta specializzazione”, guardando al “modello del tedesco Fraunhofer e dell’inglese Catapult”.

Si dovrà inoltre rendere strutturale lo strumento del credito di imposta alla formazione 4.0, previsto attualmente in forma sperimentale. Parlando di lavoro 4.0 si deve affrontare il capitolo contratti e quello più attinente all’organizzazione del lavoro.

Partendo dal primo punto, si legge nel testo, “va incoraggiato un vero decentramento contrattuale, utile anche ai programmi condivisi di miglioramento della produttività, a livello territoriale, di sito e di rete”. Questo processo, è spiegato, unitamente ai nuovi contenuti della contrattazione (welfare, formazione, orari, flessibilità attive), “può rappresentare il nuovo “patto per la fabbrica” in grado di centrare la sfida della produttività e dell’innovazione a partire dalle PMI per le quali la contrattazione territoriale può diventare una risorsa fondamentale”.

Mentre per i modelli organizzativi, si evidenzia il rischio, legato all’automazione e alla progressiva digitalizzazione delle mansioni, di andare incontro ad “una riduzione del valore del lavoro che va contrastata con la capacità di costruire nuove tutele e diritti sociali”, tra cui la misura di cui molto si parla ormai del “salario minimo legale, per i settori non coperti da contrattazione collettiva”. 

Flavio Fabbri

Fonte: 
http://bit.ly/2FuaLEG

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