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30 anni di siti .it

digitale
24-11-2017

Il dominio .it compie trent’anni e mentre si affacciano i domini con le emoji, le aziende si chiedono ancora quanto senso abbia avere un proprio sito.

Francesco Motta l’ha chiamata “La fine dei vent’anni” — “È un po’ come essere in ritardo, non devi sbagliare strada” — ed eccola qua, arrivare anche per il dominio .it, che il 24 novembre ne compie trenta di anni, tondi tondi. E chissà come se la cava, a quell’età lì in cui sei grande (e digitalizzato, si presuppone), completamente investito dalla rivoluzione social, ma già un po’ spaesato davanti alle novità che saltano fuori ogni ventiquattro ore.

Un po’ di glossario e storia la fornisce proprio chi di quel dominio in Italia si occupa, cioè Registro .it, gestito dall’Istituto di Informatica e Telematica del CNR. A livello internazionale, gioca un ruolo fondamentale l’ICANN, cioè l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers — l’organizzazione internazionale responsabile, tra le altre cose, dell’assegnazione di indirizzi IP e dei nomi di domini per internet.

Il dominio che segue il punto (del nome a dominio), può essere di 4 tipi diversi: ci sono i TLD (top level domain), domini di primo livello; i ccTLD (country code top level domain), usati da uno stato o una dipendenza territoriale (per esempio, .eu per l’Unione Europea, o .de per la Germania); i gTLD (generic top level domain), domini di primo livello generici come, com o .net, composti da almeno tre lettere (i .gov, .mil e .edu sono riservati a governi, forze armate ed enti educativi) e infine i new gTLD (new generic top level domain) di nuova creazione come .paris, .berlin e via di seguito (segue una panoramica).

Questi ultimi sembrano non riscuotere un grande successo nel Vecchio Continente, che continua a preferire le sigle di dominio a due lettere: le nuove entrate rappresentano solo il 13% del mercato e di norma vengono utilizzati per i siti-vetrina, cioè quelli senza un’architettura dell’informazione che si sviluppa in maniera organica.

Parlando dei soli ccTLD, l’Italia si piazza al decimo posto a livello mondiale e al quinto posto a livello europeo, con 3milioni di nomi a dominio .it su 61 milioni di abitanti. Ma, soprattutto, su un panorama di aziende a partita Iva decisamente più corposo rispetto ai domini registrati. Cosa c’entra? C’entra, perché è chiaro che parlare di domini significa anche fare un punto della situazione sulla digitalizzazione delle piccole e medie imprese italiane, quelle che continuano a interrogarsi sull’opportunità o meno di avere un proprio sito. E chissà in quante pensano che avere un sito con un proprio dominio, sia pressoché inutile, tra la necessità di trovare uno spazio nelle piattaforme dei grandi player internazionali (Google, Amazon, Airbnb, Booking) e la possibilità di muovere la comunicazione sui social media.

Non esiste una soluzione che sia valida per tutti, una ricetta per tutte le stagioni
Lo spiega Gianluca Diegoli, consulente di web marketing: “A una prima analisi i più sembrano pensare che convenga registrare il proprio marchio con dominio e poi muovere il marketing altrove. C’è sempre da ricordare però, che mentre le piattaforme cambiano continuamente, e anche in maniera organica, avere un sito con aree dedicate che fidelizzino i clienti può portare un traffico consistente e consolidarlo”. Chiaro è, sottolinea, che il tipo di servizio offerto continua a fare la differenza, ma il rafforzamento del brand passa anche attraverso operazioni di micro visibilità, come una mail con il proprio dominio, invece che quella di un client di posta elettronica.

Dall’inizio del 2017 a ottobre, sono oltre 332.240 i registranti italiani (quindi quelli che chiedono registrazione a dominio): oltre la metà è costituito da
aziende (circa 158mila), circa il 40% da persone fisiche (138mila), il 7% da liberi professionisti, il 2,3% da enti no profit, l’1,2% da altri soggetti, lo 0,4% da enti pubblici.

Tornando alla classifica di Registro .it, che il 24 dedica una giornata di eventi a Milano intitolata “1987-2017: 30 anni di .it”, al primo si trova la Cina (.cn), che però ha una bassa densità se paragonata alla popolazione (1,4 miliardi di abitanti e 21 milioni di nomi a dominio). La Germania (.de) invece, conta 82 milioni di abitanti e 18 milioni di nomi a dominio: sei volte l’Italia.
Ottimi numeri ha l’Olanda (.nl), con conta 17 milioni di abitanti e 6 milioni di nomi a dominio (2 volte l’Italia pur avendo un terzo della popolazione).
Bassa penetrazione anche per .eu, che conta circa 3.7-3.8 milioni di domini sugli abitanti di tutta Europa (743 milioni).

La questione è tutt’altro che una mera analisi di numeri e appropriazioni. L’Icann infatti è al lavoro per risolvere un problema legato al fatto che internet, con lo sviluppo dei primi domini come .net e .com, ha creato una struttura di navigazione che volgeva l’occhio in maniera preminente all’inglese. Quando, nel 2011, proprio l‘Icann approvò un piano per espandere i domini top-level, in nome della diversità, mise gli utenti in condizione di scegliere indirizzi in mandarino, o in francese, superando anche il limite dei tre caratteri iniziali. Le lingue locali sono importanti per uno sviluppo della rete che tenga conto, per esempio, dei Paesi emergenti: una squadra dell’Icann è al lavoro per fare in modo che il sistema in cui è strutturato il web riconosca propriamente i nuovi domini:.

Tornado ai gTLD, il catalogo online “I want my name”, raccoglie generici domini top – level disponibili e, tra le novità, suggerisce: .berlin (ah! che fascino!), .bid (offerta?), .beers (brindisi), .cheap (per i low cost), .diet (aggiungi un posto a tavola), .love (romanticoni!), ma anche .cool, .fans e via dicendo. In Italia, i gTLD come net, org, biz, mobi, info, come già detto, conquistano il 13% del mercato, mentre quelli ancora più nuovi, solo il 2%.

Chissà che una nuova ondata non la rappresenti la serie di domini in emoji, acquistabili ufficialmente da almeno un anno: i migliori, ovviamente, li hanno già presi.

Diletta Parlangeli

Fonte:
 http://bit.ly/2zzs4Fa

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